DIAMANTE – A oltre un anno dal grave focolaio di botulismo che nell’agosto del 2025 sconvolse Diamante e l’intera Calabria, l’inchiesta giudiziaria entra in una nuova fase. La Procura di Paola ha infatti disposto il dissequestro del furgone rosso finito sin dall’inizio al centro degli accertamenti, mentre nei giorni scorsi è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini. Contestualmente, il pubblico ministero avrebbe chiesto l’archiviazione della posizione di alcuni medici coinvolti nel procedimento.
Il provvedimento di dissequestro è stato adottato dalla pm Maria Porcelli, della Procura di Paola, accogliendo l’istanza presentata dagli avvocati Francesco Liserre e Natalia Branda, difensori di Giuseppe Santonocito. Proprio quel food truck era diventato uno dei simboli della drammatica vicenda dell’estate 2025, quando numerose persone furono colpite da una grave intossicazione alimentare dopo avere consumato prodotti acquistati sul lungomare di Diamante.
Il focolaio provocò due vittime e numerosi ricoveri, alcuni dei quali in terapia intensiva. Nei giorni più difficili dell’emergenza, all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza furono ricoverate quindici persone, cinque delle quali in terapia intensiva, mentre altri pazienti vennero assistiti nei reparti di area medica e in Pediatria. L’Istituto Superiore di Sanità accertò all’epoca la presenza della tossina botulinica e gli investigatori concentrarono l’attenzione su diversi alimenti presenti nel mezzo ambulante.
In una prima fase si era parlato soprattutto delle cime di rapa utilizzate per condire i panini con la salsiccia. Successivamente, però, gli accertamenti indicarono che la contaminazione avrebbe potuto riguardare più alimenti. Una delle ipotesi investigative emerse allora era che un utensile da cucina potesse avere favorito il trasferimento della contaminazione tra prodotti differenti. La difesa del commerciante contestò fin dall’inizio questa ricostruzione, sostenendo che gli alimenti venivano conservati in frigorifero e aperti soltanto quando necessario.
Oggi, a distanza di oltre dodici mesi, il dissequestro del furgone rappresenta un passaggio significativo, anche se non equivale naturalmente a una conclusione definitiva sulle responsabilità. Significa piuttosto che, secondo la Procura, non sussistono più le esigenze che avevano reso necessario mantenere il mezzo sotto sequestro ai fini investigativi.
Nello stesso fascicolo, tuttavia, uno degli aspetti più delicati riguarda l’assistenza sanitaria ricevuta da alcune delle persone poi decedute. Nell’agosto del 2025 erano stati iscritti nel registro degli indagati complessivamente dieci soggetti, tra i quali sei medici. L’obiettivo degli inquirenti era verificare non soltanto la provenienza e le modalità della contaminazione alimentare, ma anche se i sintomi manifestati dai pazienti fossero stati riconosciuti tempestivamente e se l’assistenza sanitaria prestata fosse stata adeguata alla gravità del quadro clinico.
Particolarmente dolorosa è stata la vicenda di Luigi Di Sarno, 52 anni, morto dopo l’intossicazione. A un anno dal decesso, i legali della famiglia hanno sostenuto che alcuni sintomi caratteristici del botulismo sarebbero stati inizialmente scambiati per una condizione di ubriachezza o per un problema di natura psichica. Secondo quanto riferito dagli avvocati, Di Sarno presentava già difficoltà neurologiche importanti, problemi respiratori e di deglutizione. La famiglia ha chiesto che venga fatta piena luce sulle cure ricevute e sui tempi della diagnosi.
Sono contestazioni provenienti dalla parte civile e, come tali, dovranno essere valutate nella sede giudiziaria competente. Proprio su alcune posizioni mediche, secondo quanto emerso nelle ultime ore, la Procura avrebbe tuttavia già formulato richiesta di archiviazione.
Il procedimento, dunque, appare destinato a dividersi tra posizioni che potrebbero uscire dall’inchiesta e altre per le quali gli accertamenti potrebbero proseguire.
La difesa di Giuseppe Santonocito, nel frattempo, ha deciso di rafforzare il proprio collegio tecnico nominando come consulente Andrea Crisanti, microbiologo di fama nazionale, chiamato a esaminare gli aspetti scientifici e microbiologici della vicenda.
La sua presenza potrebbe assumere un peso importante soprattutto nella ricostruzione dell’origine della contaminazione. Stabilire dove e quando la tossina sia entrata nella catena alimentare rappresenta infatti uno degli snodi essenziali dell’inchiesta.
La differenza non è secondaria. Un prodotto già contaminato all’origine determinerebbe uno scenario completamente diverso rispetto a una contaminazione avvenuta durante la manipolazione o la preparazione degli alimenti sul food truck. Ed è proprio su questo punto che, sin dalle prime settimane dell’inchiesta, accusa e difesa hanno mostrato ricostruzioni differenti.
Nel 2025 furono inoltre disposti richiami precauzionali di alcuni prodotti alimentari per sospetto rischio botulino. In quei giorni l’intera vicenda aveva assunto una dimensione nazionale, alimentando anche timori tra residenti e turisti. Il sindaco di Diamante, Achille Ordine, intervenne pubblicamente per precisare che il fenomeno era circoscritto e che non esisteva un rischio generalizzato per chi soggiornava nella località turistica.
Adesso l’attenzione torna però nelle aule giudiziarie.
L’avviso di conclusione delle indagini rappresenta un passaggio importante perché precede le determinazioni definitive della Procura sulle singole posizioni. Gli indagati potranno presentare memorie, chiedere di essere interrogati o produrre elementi difensivi prima che l’accusa decida se chiedere il rinvio a giudizio o assumere altre determinazioni.
Il caso di Diamante resta complesso perché intreccia sicurezza alimentare, responsabilità nella preparazione e commercializzazione degli alimenti e assistenza sanitaria.
Tre livelli differenti che gli investigatori hanno dovuto ricostruire parallelamente: capire quale prodotto abbia provocato l’intossicazione, stabilire in quale momento sia avvenuta la contaminazione e verificare se, una volta comparsi i sintomi, vi siano stati ritardi o errori nella diagnosi e nel trattamento.
Per questo il dissequestro del furgone rosso non può essere letto come la conclusione dell’intera vicenda. È piuttosto uno dei primi segnali di un’indagine che sta arrivando al momento delle scelte processuali.
Dopo oltre un anno restano infatti le domande più importanti: da dove proveniva esattamente la tossina? In quale fase gli alimenti si sono contaminati? Tutte le persone coinvolte hanno agito correttamente? E, soprattutto, quelle due morti avrebbero potuto essere evitate?
Saranno gli accertamenti tecnici, le consulenze, gli atti raccolti dalla Procura e infine le decisioni della magistratura a fornire risposte.
Per Diamante quella dell’estate 2025 fu una delle pagine più difficili degli ultimi anni. Oggi, con il dissequestro del food truck e la chiusura delle indagini preliminari, quella storia entra in una fase nuova.
Una fase nella quale non bastano più le ipotesi.
Adesso sarà il processo, per le eventuali posizioni che vi arriveranno, oppure le decisioni di archiviazione, a stabilire quali responsabilità possano essere realmente sostenute davanti a un giudice.
E dietro ogni atto giudiziario rimangono soprattutto due vite perdute e famiglie che, dopo più di un anno, continuano ad aspettare una risposta definitiva su ciò che accadde in quei drammatici giorni d’agosto sul lungomare di Diamante.

