IL CAPOLAVORO DEL VERO POTERE

(come vendervi una zavorra spacciandola per la coppa dei campioni)
UNESCO ovvero STRANGERS IN ONE’S OWN COUNTRY

L’ AUTOREVOLE OSPITE
Appuntamenti del Direttore con l’ avvocato Domenico Monteleone


C’è un’arte sublime che il Vero Potere esercita da secoli.
Una tecnica di ipnosi collettiva così raffinata che, al confronto, i maghi di provincia sembrano dilettanti.
Ci vogliono, dunque, i maghi e ci vogliono anche gli imbecilli.
State attenti.
Il trucco non è mai quello di togliervi qualcosa con la forza.
No, troppo rozzo.
Funziona diversamente – al contrario – e, così, il potere vi svuota i diritti dal di dentro, vi impone obblighi danteschi e poi, con un colpo di bacchetta magica, vi convince che quegli obblighi sono in realtà una straordinaria, imperdibile “opportunità”.
Guardate cosa hanno fatto con la sacralità della proprietà privata, a partire dalla casa.
Un tempo era il rifugio inespugnabile, il frutto dei sacrifici di una vita.
Oggi la casa è diventata un bancomat dello Stato e un laboratorio di esperimenti burocratici.
Prima vi hanno imposto l’IMU, una tassa patrimoniale mascherata per il privilegio di risiedere sotto il vostro stesso tetto.
Poi, non contenti, hanno confezionato il capolavoro green dell’efficientamento energetico forzato.
Vi dicono che le nuove direttive sulle classi energetiche sono una “meravigliosa opportunità di transizione ecologica per valorizzare il vostro immobile”.
La traduzione reale è diversa e consiste – più o meno – nel fatto che o o spendi decine di migliaia di euro per cappotti termici e pompe di calore che non ti puoi permettere, oppure la tua casa non vale più nulla, non la vendi e non la affitti.
Ti svuotano il diritto di proprietà lasciandoti solo l’obbligo di pagare.
E con le automobili?
Stesso identico spartito.
Vi hanno venduto l’auto elettrica o l’ibrida di ultima generazione come il simbolo della libertà moderna e del rispetto ambientale.
Il risultato?
Vi siete messi in garage un elettrodomestico a quattro ruote telecomandato dal produttore, blindato da obblighi di aggiornamento software, blocchi del traffico programmati, scatole nere e limitatori di velocità europei.
Il concetto stesso di possesso è stato azzerato e non siete più proprietari di un mezzo di trasporto, siete abbonati a un servizio a scadenza, schiavi di scadenze normative che vi costringono a cambiare vettura ogni pochi anni per non rimanere a piedi.
Ma ehi, applaudite perché vi concedono di sentirvi protagonisti del “sostenibile”!
E la cosa meravigliosa è che la gente ci casca come polli, peggio di Pinocchio con il gatto e la volpe.
Collodi non ha insegnato nulla!
La gente non solo ci casca ma festeggia anche!
È così in tutte le cose a partire dalla spazzatura, fino al cambio climatico, fino ad altre insospettabili.
Ecco.
Prendete l’ultimo grande feticcio della modernità ovvero il riconoscimento UNESCO.
Ve lo vendono come la Chimera d’Oro, il Santo Graal dello sviluppo territoriale, la coppa di cristallo, la Champions da alzare al cielo mentre scorrono le lacrime di commozione.
“Siamo patrimonio dell’umanità!”, grida il sindaco del borgo di tremila anime, stappando il prosecco tiepido.
Cretino!
Imbecille!
Non hai vinto la Champions League.
Ti sei appena legato al collo una zavorra di cemento armato, convinto che sia una collana di diamanti.
Già, poiché il “patrimonio dell’umanità” non è un premio senza controindicazioni o effetti collaterali.
È l’inizio di una sottomissione burocratica e identitaria che transforma un luogo vivo in un museo di cera imbalsamato.
Da quel giorno in poi, tu non sei più il padrone a casa tua.
Sei il custode non retribuito di un parco giochi per turisti americani e influencer coreani.
E badate bene, la follia ha raggiunto vette d’avanguardia con i cosiddetti “beni immateriali” dell’UNESCO.
Ormai non si accontentano più di mummificare i palazzi e le colline, ma vogliono normare e imbalsamare le tradizioni, i gesti, i sapori, l’anima stessa di un popolo.
Vi fanno credere che se la transumanza, l’arte del pizzaiolo o la festa patronale diventano “patrimonio immateriale”, allora la vostra cultura è salva e finalmente riconosciuta nel mondo.
Che ingenuità cosmica!
Nel momento esatto in cui un’usanza popolare entra in quel registro, smette di essere una tradizione viva, spontanea e anarchica.
Diventa un protocollo da seguire.
Arrivano i disciplinari, i comitati di certificazione, le linee guida internazionali che stabiliscono come devi girare l’impasto o come devi cantare quel pezzo folcloristico per non perdere il bollino.
Vi sottraggono la spontaneità culturale e vi lasciano l’obbligo di recitare una parte in un copione scritto da burocrati seduti a Parigi.
Avete scambiato la vostra identità con un brand turistico.
Vogliamo fare un piccolo, ironico inventario degli “enormi vantaggi” (leggi: obblighi devastanti) che scaturiscono da questa gloriosa coppa?
Vi accontento subito.
Eccoli.

  1. Il Piano di Gestione Permanente.
    Una roba kafkiana per cui se vuoi cambiare la lampadina di un lampione devi convocare un consiglio dei saggi a Parigi, tre commissioni regionali e un esorcista.
  2. La Mummificazione Architettonica.
    Vietato toccare una pietra, vietato modernizzare, vietato respirare. Se hai un infisso degli anni ’80 lo devi sostituire con legno di castagno stagionato sotto la luna piena del solstizio d’estate e utilizzando esclusivamente la luna nel pozzo, a spese tue.
  3. L’Impatto Visivo.
    Se per sbaglio metti una tenda da sole sul balcone che non è della sfumatura esatta di “rosso mattone morente” approvata dall’ONU, rischi il tribunale internazionale dell’Aia.
  4. La Standardizzazione del Gesto Immateriale.
    Se la tua festa patronale diventa patrimonio protetto, devi depositare il “manuale d’uso del santo” e se la statua viene alzata di cinque centimetri di più rispetto al disciplinare UNESCO, scatta l’ispezione penale per violazione del folklore protetto.
  5. Il Controllo degli Ingredienti Culturali.
    Vuoi fare la pizza o il piatto tipico tradizionale inserito nel registro? Guai a variare la ricetta per estro o necessità del momento. Se il funzionario internazionale scopre che hai usato una farina non certificata dall’osservatorio parigino, ti revocano la patente di “custode dell’identità” e il borgo finisce nella lista nera dei cattivi globali.
  6. Il Monitoraggio Reattivo.
    Praticamente hai degli ispettori che ti girano per il paese a controllare se l’aria sa abbastanza di antico o se c’è troppo odore di modernità.
  7. La burocrazia a strati.
    Un sovraccarico di oneri finanziari per adeguarsi a standard astratti, che prosciuga le casse comunali prima ancora che arrivi un solo centesimo di turismo (che poi è turismo mordi e fuggi, che lascia solo immondizia).
    Ma allora, qual è la molla psicologica che spinge i nostri amministratori e i cittadini a bramare questa trappola?
    La risposta sta nella psicologia del fesso autolesionista.
    C’è una fame disperata di validazione esterna.
    L’imbecille medio non ha un’identità forte e – per dimostrarsi forte – ha bisogno che un timbro da Parigi gli dica che il suo campanile è bello, altrimenti non ci crede.
    È il complesso d’inferiorità che diventa strategia politica.
    Il potere lo sa e sfrutta questa vanità infantile mettendovi la medaglietta sul petto e, mentre voi vi rimirate allo specchio gonfi d’orgoglio, vi sfila le chiavi di casa dalle tasche.
    Strangers in one’s own country!
    Strangers in casa vostra!
    È il metodo del vero potere, quello che vi impone vincoli che distruggono l’economia reale e la libertà d’azione, facendovi credere che sia un “onore e un’opportunità di resilienza”.
    Siete diventati schiavi e pagate pure il biglietto per esserlo.
    Insomma, per farsi commissariare dall’UNESCO non è che bisogna essere proprio imbecilli … però aiuta!
    Pensateci, dunque, prima di stappare il prossimo spumante.

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