COSENZA – Torna al centro delle aule giudiziarie uno dei delitti che hanno segnato la storia recente della criminalità cosentina. Nel processo d’appello bis per l’omicidio di Luca Bruni, conosciuto come “Bella Bella”, la Procura generale di Catanzaro ha chiesto la condanna all’ergastolo per Marco e Luigi Abbruzzese.
La richiesta è stata formulata dalla procuratrice generale Raffaella Sforza al termine della requisitoria. Il procedimento rappresenta un nuovo passaggio di una vicenda giudiziaria estremamente complessa, sviluppatasi attraverso diversi processi e numerose testimonianze di collaboratori di giustizia.
Luca Bruni venne ucciso il 3 gennaio 2012. Per lungo tempo del suo corpo non si ebbero notizie. La svolta investigativa arrivò grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che consentirono agli investigatori di individuare i resti nelle campagne di Castrolibero, in località Orto Matera.
Secondo la ricostruzione dell’accusa maturata nei diversi filoni giudiziari, Bruni sarebbe stato attirato in una trappola nell’ambito degli equilibri criminali dell’area cosentina. Le indagini e i successivi processi hanno cercato negli anni di definire le responsabilità di mandanti, esecutori e soggetti coinvolti nelle fasi successive all’omicidio, compreso l’occultamento del cadavere.
Un ruolo importante nella ricostruzione dei fatti è stato attribuito alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Daniele Lamanna ha confessato di aver sparato alla vittima, raccontando agli inquirenti anche le modalità dell’esecuzione. Le dichiarazioni di Adolfo Foggetti hanno invece contribuito in maniera determinante al ritrovamento del corpo di Bruni.
Sul delitto sono stati celebrati complessivamente diversi procedimenti giudiziari. In uno dei filoni, Ettore Sottile è stato condannato in appello a 20 anni di reclusione, pena successivamente divenuta definitiva dopo la decisione della Corte di Cassazione del giugno 2025, che ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale volto a ottenere una pena più severa.
Per l’omicidio risultano inoltre condannati, nei rispettivi procedimenti, Maurizio Rango, indicato come mandante, e gli esecutori materiali Adolfo Foggetti, Franco Bruzzese e Daniele Lamanna, tutti successivamente divenuti collaboratori di giustizia.
L’attuale appello bis riguarda invece le posizioni di Marco e Luigi Abbruzzese.
Nel giudizio di primo grado Luigi Abbruzzese era stato assolto dall’accusa contestata con la formula “per non aver commesso il fatto”, mentre Marco Abbruzzese era stato condannato a quattro anni e sei mesi per occultamento di cadavere. La Procura aveva impugnato quella decisione, dopo che già nel corso del primo giudizio il pubblico ministero aveva chiesto per entrambi l’ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi.
Da qui il nuovo passaggio giudiziario e la requisitoria della Procura generale di Catanzaro, che ha nuovamente chiesto la pena massima per entrambi gli imputati.
Il processo, tuttavia, non è ancora concluso e la richiesta della Procura generale non equivale naturalmente a una condanna. Marco e Luigi Abbruzzese restano imputati e le rispettive responsabilità dovranno essere stabilite dalla Corte al termine del giudizio.
Il prossimo appuntamento è fissato per 27 ottobre 2026, quando sarà il turno delle difese. Gli avvocati Cesare Badolato e Antonio Sanvito terranno le arringhe conclusive, dopo le quali sarà atteso il verdetto della Corte.
Il delitto Bruni continua dunque, a quasi quindici anni dai fatti, a produrre conseguenze giudiziarie. Una vicenda nella quale le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, le verifiche investigative e il confronto processuale hanno progressivamente ricostruito uno scenario complesso legato agli assetti della criminalità organizzata nell’area urbana cosentina.
Ora l’attenzione si sposta sull’ultima fase dell’appello bis. Dopo la richiesta dell’ergastolo formulata dall’accusa, toccherà alle difese presentare le proprie conclusioni. Saranno poi i giudici a stabilire se confermare, modificare o respingere la ricostruzione sostenuta dalla Procura generale.

