L’ultima corsa di ‘U Zorru.Il sangue sul ponte di Campagnano

La notte avvolgeva Campagnano con una coltre nera e viscida. La strada che correva tra Rende e Cosenza era deserta, illuminata solo da qualche lampione tremolante e dai fari delle rare automobili.

Luigi Palermo, detto ‘U Zorru, era alla guida della sua macchina.
Lui, il boss che per anni aveva tenuto sotto il suo pugno di ferro interi quartieri, pensava — forse — di essere ancora invincibile. Nessun uomo come lui aveva saputo piegare la città. Nessuno aveva osato toccarlo.

Ma quella notte, il tempo di ‘U Zorru era finito.

Sul ponte di Campagnano, lo aspettavano.
Un commando armato, appostato nel buio come lupi nella macchia.
Quando la sua macchina rallentò all’imbocco del ponte, i primi lampi esplosero nell’oscurità.

Una raffica di colpi sbriciolò i finestrini. Il parabrezza si crepò come ghiaccio sottile.
Luigi tentò di reagire, forse cercò l’arma nascosta sotto il sedile.
Non ebbe il tempo.

I proiettili lo presero al petto, al collo, al volto.
La sua auto si fermò di colpo contro il guardrail, come una bestia sfiancata.

Nel silenzio irreale che seguì, il sangue cominciò a colare sull’asfalto, mescolandosi con la pioggia leggera che cominciava a cadere.

La notizia del suo assassinio si sparse a Cosenza come un’onda di terrore.
La morte di ‘U Zorru era più che un omicidio: era un segnale.
Un invito al massacro.

Franco Pino e Antonio Sena, che avevano covato ambizioni a lungo, capirono che il trono era finalmente vacante.
Non ci fu bisogno di grandi cerimonie: si trovarono, si guardarono negli occhi, e sancirono il loro patto di sangue.

Il cartello Pino-Sena nacque sui resti ancora fumanti del regno di ‘U Zorru.

E il ponte di Campagnano, quella notte, divenne il vero confine tra il vecchio e il nuovo potere criminale di Cosenza.


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