Ieri sera l’ex presidente americano Donald Trump ha definito i danni inflitti ai siti nucleari iraniani «monumentali», parlando pubblicamente per la prima volta dopo la massiccia operazione statunitense denominata Operation Midnight Hammer.
Nel suo intervento, Trump ha affermato che i principali impianti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan sarebbero stati «completamente e totalmente distrutti», grazie a un attacco combinato di bombardieri strategici B‑2 e missili da crociera Tomahawk, con l’impiego di ordigni ad alta penetrazione capaci di colpire anche le strutture sotterranee più protette.
«Abbiamo centrato il bersaglio — bullseye — ben al di sotto del livello del suolo», ha dichiarato l’ex presidente, sottolineando come le immagini satellitari confermino i danni ingenti ai livelli inferiori dei siti, in particolare alla struttura blindata di Fordow.
L’operazione, avvenuta il 22 giugno, rappresenta la più imponente azione militare degli Stati Uniti contro il programma nucleare iraniano degli ultimi anni.
Dal canto suo, il governo di Teheran ha minimizzato la portata degli attacchi, parlando di danni contenuti e di «una mossa provocatoria» che «non fermerà i progressi del Paese».
Sul fronte internazionale, Israele ha accolto con favore l’azione americana, mentre le principali capitali europee, così come Russia e Cina, hanno espresso preoccupazione per il rischio di una nuova escalation militare nella regione.
Nel frattempo, l’Iran ha minacciato possibili ritorsioni e ha evocato la possibilità di bloccare il traffico nello Stretto di Hormuz.
La comunità internazionale resta in allerta, con l’AIEA che continua a monitorare la situazione. Al momento, secondo fonti vicine all’Agenzia, non si registrano aumenti anomali delle radiazioni nei siti colpiti.
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