Ricordo di Silvio Taranto

Oggi sono 24 senza di lui, indimenticata icona cosentina. Come ogni anno ripropongo l’articolo con cui volli raccontare il grande amico Silvio Taranto.

ADDIO SILVIONE

Ieri pomeriggio nella chiesa di S. Giuseppe di S. Vito si sono svolti i funerali del compianto Silvio Taranto. Oltre mille persone hanno allargato le braccia all’ultimo “enorme” abbraccio. Il caldo straordinario e le scene di disperazione da parte d’amici e parenti rendevano la frequentazione del rito pressoché impraticabile. Ma il quartiere e la città hanno voluto salutare una persona sontuosa, come Pizzul amava definire Franco Baresi quando trascinava un’intera nazione a calori accorpanti sotto un tricolore altrimenti dimenticato. Quest’oceano umano ha coperto il ricordo e ha provato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la dote prima dell’amico: quella di offrire una mano e un sorriso ad ogni dolore.

Questa testata si è onorata della collaborazione di Silvio che amava dipingere sul Quotidiano scorci mondani della nostra città.

Paride Leporace ha incoronato la memoria di Silvio con parole lacrimate da giornalista di stoffa poliedrica, qui certamente dall’aspetto classicamente romantico.

Silvio Taranto ci ha lasciati a soli 42 anni. Lo sdegno, la rabbia si accompagnano al ricordo di un eterno ragazzo che non poteva morire se non in un immaginario nietchiano. Con Silvio sfuma una parte di Cosenza e della cultura alta di quel meridione di cui egli si nutriva avidamente. Amante della sua Terra a tal punto da sentirsi addirittura inadeguato a rappresentarla: proprio lui, il maestro del vernacolo, della cucina tipica, delle tradizioni più lontane e dimenticate. Eppure per l’amico di tutti, la Calabria rappresentava la Silvia leopardiana, l’assoluta beltà che non può essere inquinata dal contatto, più si ammira e più ci si allontana. Le interminabili chiacchierate non possono non riemergere oggi con raffinata prepotenza, a ricordarci che quelle parole dette sul muretto di Piazza Kennedy piuttosto che al Bronx non erano aria fritta, fiato buttato dal fannullone “ca si ricrìa picchì, viatu ad iddru, un tena pensieri”. Silvio era un predicatore laico, moderno: insegnava a tutti noi, suoi amici, l’arte del godere. Le sue spiegazioni su come andava fritto l’aglio prima di sposarlo ai ceci e alla lagana, la descrizione di quello scorcio panoramico al Castello, il suo grande snobismo d’altri tempi identificavano un uomo fatto di sensi, d’intuizioni, d’amore; e i suoi 120 chili li usava per opporsi formalmente alle tendenze postmoderne di una società che dimagrisce in quanto svuota il corpo da tutto ciò che carne non è. La sua acuta intelligenza faceva sporgere dagli occhietti discoli e dal quel sorriso indimenticabile “a tutta facciona” un’ironia tagliente e colta che spesso usava per beffeggiare l’ipocrisia che gli puzzava come la merda. La sua straordinaria bontà si vestiva d’allegria e disponibilità e i vestiti neri li lasciava a casa, dove amava indossarli per piangere di nascosto. Egli viveva in funzione degli uomini, calcando il palcoscenico del reale in modo diverso, riempendosi gli occhi dei bei ferri battuti del centro storico, godendo dell’odore delle polpette appena fritte, beandosi di un sorriso strappato. Ragazzo pasoliniano di borgo, interessato alla relazione in genere, baluardo démodé della cultura della strada, finissimo dicitore e raffinato vernacolista. Con l’inseparabile Adele trascinavano assieme bauli di ricordi, rapiti alle nonne, ai vecchietti di paese, con la finezza di chi ama il bello in sé. Silvio aveva fatto testamento: ”Non voglio che le mie ricchezze, fatte di libri, dischi e ricette vadano in mano a chi non potrebbe apprezzarle”. E ancora: ”Vorrei che mi facessero il funerale a spese del Comune; non vorrei fare spendere dei soldi ai miei genitori. Mi porteranno con il vecchio pulmino Fiat 600 che, fra l’altro, è più bello delle più sofisticate Mercedes”. Presentimenti o solo grande lucidità: sta di fatto che qualcuno lassù lo ha cercato e voluto forse perché la sua generosità potesse alimentare la dimensione assoluta dei bei sentimenti del cielo. L’adorata mamma di Silvio uscendo dalla chiesa, straziata dal dolore, ripeteva: ”Chira gioia mia, mi ni cuntava storie, povarieddru” cercando palesemente di buttar fuori tutto l’amore che un figlio straordinario aveva non solo fagocitato ma anche restituito.

Ciao Silvio, oggi ci hai fornito una maggior speranza per credere nel dopo: ti vorremmo tutti nuovamente riabbracciare.

2 thoughts on “Ricordo di Silvio Taranto

  1. Che bel ricordo,
    che Uomo Imprudente e Tranquillo, sempre in moto ma fermo e centrato sulla strada che scorreva a velocità vertiginosa sotto i suoi piedi e questo era il motivo di trovarlo sempre proiettato…
    Un inventore di contenuti, appassionato ed appassionante e se auguratamente entravi nella sua Famiglia di origine avevi la consapevolezza di poterne più fare ammeno. Pensare allo “Sparviero” mi da gioia, la stessa che sentivo incontrandoLo in un mondo che già allora era zeppo di “prenditori e furbi animali” con sembianze solo esteticamente umane.

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