CATANZARO – luglio 2025
Due collaboratori di giustizia hanno squarciato il velo sul brutale omicidio di Antonio Abbruzzese, detto “Toro Seduto”, ucciso a colpi di pistola il 22 novembre 2018 nella zona di San Giovanni di Mileto. Durante l’ultima udienza del processo in corso presso la Corte d’Assise di Catanzaro, i due pentiti – le cui identità sono coperte da protezione – hanno raccontato nei dettagli le fasi dell’agguato, delineando un quadro crudo e inquietante di vendette interne alla criminalità organizzata calabrese.
I collaboratori avrebbero dichiarato di aver ricevuto l’ordine direttamente da ambienti della criminalità vibonese, in particolare da figure legate al clan Petrolo-Bartolotta di Stefanaconi, già al centro di numerose inchieste antimafia.
Uno dei pentiti ha ricostruito così i momenti dell’omicidio: “Lo abbiamo seguito e poi bloccato con una scusa. Lui non ha opposto resistenza. Non se l’aspettava. È stato un attimo”. Parole fredde che hanno gelato l’aula e rafforzato l’impianto accusatorio della DDA di Catanzaro.
Il delitto di Toro Seduto – soprannome guadagnato per la sua fama di sfida alle cosche rivali – è stato a lungo avvolto nel silenzio. Solo grazie alle confessioni recenti è stato possibile delineare con chiarezza il contesto e la dinamica dell’agguato, considerato un “delitto esemplare” all’interno della logica mafiosa.
Il processo proseguirà nelle prossime settimane con la deposizione di altri testimoni e l’analisi di nuovi elementi acquisiti dalla Direzione Distrettuale Antimafia. L’attenzione resta alta, anche perché il caso Abbruzzese si inserisce in una più ampia strategia di controllo del territorio da parte delle cosche vibonesi.

