Vent’anni dall’omicidio di Francesco “Franco” Fortugno: quel 16 ottobre che cambiò la Calabria
Locri (Reggio Calabria) — Era il 16 ottobre 2005 quando Francesco Fortugno, medico e uomo politico stimato, vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, fu assassinato con cinque colpi di pistola nell’atrio del palazzo comunale di Locri, mentre si trovava al seggio per le primarie dell’Unione. L’agguato, ordinato e rapido, sconvolse non solo la Locride ma l’intero Paese: la scena — l’uomo a terra, la fuga del sicario, lo sgomento della gente — entrò nella memoria collettiva come un simbolo della violenza mafiosa che colpisce la politica e la società civile.
Fortugno, 54 anni, era una figura nota nella comunità calabrese: medico di professione, amministratore dai trascorsi nella Margherita e figura apprezzata per il suo impegno civile. L’omicidio venne presto ricondotto dalla magistratura a logiche di criminalità organizzata: le indagini portarono all’individuazione di mandanti ed esecutori, con l’accusa di omicidio aggravato dal metodo mafioso e di collegamenti con interessi illeciti sul territorio.
Il processo e le condanne: una lunga stagione giudiziaria
Le indagini e i processi che seguirono si svolsero con grande attenzione pubblica. In primo grado e nelle istruttorie successive furono individuati esecutori e mandanti: la Corte d’Assise di Locri, nelle fasi successive del procedimento, ha inflitto pene pesanti — fra queste condanne all’ergastolo per alcuni imputati — e il cammino giudiziario è passato per conferme e riforme in appello. I diversi gradi di giudizio hanno scandito una vicenda processuale complessa che ha cercato di ricostruire motivazioni, ruoli e coperture dietro l’omicidio.
La reazione civile: “E adesso, ammazzateci tutti”
Tre giorni dopo i funerali, il 19 ottobre 2005, un gruppo di giovani a Locri espose uno striscione che diceva «E adesso, ammazzateci tutti». Quella frase, drammatica e sfida, fu il seme di un movimento di giovani e studenti che prese il nome proprio da quello slogan: “Ammazzateci tutti”. Nato come reazione spontanea alla ferocia dell’omicidio, il movimento divenne simbolo di un’antimafia fatta di impegno civico, scuola e informazione: presidi, iniziative culturali, campagne di sensibilizzazione e servizi alle vittime hanno caratterizzato l’attività di quel nucleo di cittadini che volle non rassegnarsi alla normalizzazione della violenza.
Quel gesto collettivo — semplice, provocatorio, disperato — entrò nell’immaginario: non era solo rabbia, era una presa di parola pubblica che invitava a rompere il silenzio e a rifiutare la convivenza con l’intimidazione. Negli anni il movimento ha avuto fasi diverse: momenti di forte visibilità e anche tensioni con la politica istituzionale, ma ha lasciato una traccia duratura nel tessuto sociale calabrese.
Il significato politico e sociale, allora e oggi
L’assassinio di Fortugno smosse domande scomode su rapporti tra potere locale, interessi economici e reti criminali: portò sotto i riflettori la necessità di trasparenza negli appalti, controlli più stringenti e una risposta civile che non si limitasse a slogan. Se la memoria collettiva conserva l’immagine drammatica di quel giorno, la lezione più pratica è stata lo stimolo — in istituzioni e nella società civile — a misure anticorruzione e ad un’attenzione maggiore verso i fenomeni di infiltrazione mafiosa.
Vent’anni dopo, il ricordo resta vivo soprattutto per questo: non tanto come cronaca di un eccidio, quanto come monito. La storia di Fortugno è spesso richiamata nelle scuole, nelle cerimonie della legalità e nelle iniziative che chiedono ai giovani di non chiudere gli occhi. Il movimento nato da quel manifesto di dolore — “Ammazzateci tutti” — rimane una delle testimonianze più nette di come la società civile possa trasformare lo sdegno in impegno.

