Si chiude con una condanna severissima il processo di secondo grado che vedeva imputata Internò, riconosciuta colpevole anche dalla Corte d’Appello e condannata a 23 anni di reclusione.
La sentenza è arrivata al termine di una lunga camera di consiglio davanti ai giudici di secondo grado, che hanno confermato gran parte dell’impianto accusatorio già emerso nel precedente giudizio. Una decisione che rappresenta un passaggio giudiziario pesantissimo per l’imputata e che riaccende l’attenzione su una vicenda processuale seguita con grande interesse dall’opinione pubblica.
Secondo quanto emerso nel corso del procedimento, al centro dell’inchiesta vi sarebbero episodi considerati particolarmente gravi dalla magistratura, ricostruiti attraverso testimonianze, attività investigative, intercettazioni e accertamenti tecnici.
La Corte d’Appello avrebbe ritenuto pienamente attendibile il quadro probatorio raccolto dagli inquirenti, confermando quindi una pena molto elevata.
La decisione dei giudici arriva dopo mesi di udienze durante le quali la difesa aveva tentato di smontare diversi punti dell’accusa, contestando ricostruzioni investigative, attendibilità di alcune dichiarazioni e interpretazione degli elementi raccolti durante l’indagine.
Nonostante ciò, la Corte ha confermato la responsabilità dell’imputata pronunciando una sentenza che pesa enormemente sul suo futuro processuale.
All’uscita dall’aula il clima era particolarmente teso.
La pronuncia della Corte è stata accolta con forte attenzione sia dai familiari sia dagli avvocati coinvolti nel procedimento.
Adesso si apre la strada dell’eventuale ricorso in Cassazione, ultimo grado di giudizio previsto dall’ordinamento italiano. Sarà lì che la difesa proverà ancora a ribaltare o ridimensionare una condanna che, allo stato attuale, resta tra le più pesanti emerse nell’ambito del procedimento giudiziario.

