L’altro dì la Calabria si è svegliata davanti a una delle pagine più drammatiche degli ultimi anni. Ad Amendolara, nell’Alto Ionio cosentino, quattro lavoratori migranti sono morti carbonizzati all’interno di un minivan in circostanze che gli investigatori definiscono di una gravità estrema.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i braccianti sarebbero stati aggrediti e chiusi nel veicolo prima che venisse appiccato il fuoco. Due persone sono state fermate con l’accusa di omicidio. Le indagini stanno cercando di chiarire il contesto nel quale maturò la tragedia, mentre emerge la pista legata allo sfruttamento lavorativo e alle richieste di pagamento avanzate dalle vittime. Un quinto lavoratore è riuscito a salvarsi e le sue dichiarazioni stanno assumendo un ruolo fondamentale nell’inchiesta.
La vicenda ha provocato una forte reazione istituzionale e sociale. Sindacati, associazioni e rappresentanti della Chiesa hanno parlato di una ferita che colpisce l’intera Calabria. Non si tratta soltanto di un fatto di sangue: è una vicenda che riaccende i riflettori sul fenomeno del caporalato e sulle condizioni di vulnerabilità in cui spesso vivono molti lavoratori stranieri impiegati nelle campagne del Mezzogiorno.

