di Danilo Aloe*
Ci sono immagini che non dovrebbero appartenere all’estate calabrese. Le colline divorate dalle fiamme, il cielo annerito dal fumo, gli animali in fuga, i volontari e i vigili del fuoco impegnati in una lotta impari contro un inferno alimentato dal vento, dalla siccità e, troppo spesso, dalla mano dell’uomo.
La terra brucia. Ma prima ancora si logora l’anima di una comunità che assiste, anno dopo anno, allo stesso drammatico copione. Un rituale devastante che sembra essersi normalizzato, quasi fosse inevitabile convivere con l’odore acre degli incendi e con il conto, sempre più salato, che la natura presenta.
Ogni estate la Calabria paga un prezzo altissimo. Ettari di boschi ridotti in cenere, biodiversità cancellata, paesaggi deturpati, aziende agricole messe in ginocchio, famiglie evacuate e un patrimonio ambientale che richiederà decenni per ricomporsi. Ma il danno non è soltanto ecologico. È culturale, sociale e morale.
Perché dietro ogni incendio di origine dolosa o provocato da una colpevole negligenza si nasconde il fallimento di un’idea di appartenenza. Chi incendia un bosco non colpisce soltanto alberi e macchia mediterranea: incendia il futuro di un territorio, sottrae ossigeno ai propri figli, distrugge ricchezza collettiva e tradisce la propria terra.
È questa la vera emergenza: la mancanza di una cultura del rispetto. Senza questo salto di coscienza continueremo a rincorrere le emergenze senza affrontarne le cause profonde.
La politica, naturalmente, ha responsabilità che non possono essere eluse. La prevenzione non può diventare un argomento stagionale, rispolverato soltanto quando le colonne di fumo conquistano le aperture dei telegiornali. Servono investimenti continui nella manutenzione dei boschi, nella pulizia delle aree a rischio, nella sorveglianza tecnologica, nel coordinamento dei soccorsi e nel rafforzamento degli organici chiamati a presidiare il territorio.
Ma sarebbe un errore limitare il dibattito alle istituzioni. Esiste una responsabilità collettiva che riguarda ciascun cittadino. Ogni gesto imprudente, ogni fuoco acceso con leggerezza, ogni silenzio davanti a comportamenti sospetti alimenta un sistema che continua a produrre devastazione.
E c’è un altro aspetto che merita una riflessione severa. In giornate caratterizzate da temperature estreme, gli incendi non distruggono soltanto il patrimonio naturale: mettono sotto pressione l’intero sistema dei soccorsi. Canadair, elicotteri, vigili del fuoco, protezione civile, forze dell’ordine e volontari vengono impegnati contemporaneamente su decine di fronti, sottraendo risorse preziose ad altre emergenze. Significa ritardare interventi, esporre operatori a rischi enormi e trasformare un gesto criminale o irresponsabile in un problema di sicurezza pubblica.
Non può esistere alcuna giustificazione. Non esistono interessi economici, vendette personali o incuria che possano attenuare la gravità di chi contribuisce alla distruzione del patrimonio naturale. Chi devasta il territorio attacca la comunità intera e deve sapere che lo Stato risponderà con fermezza, attraverso indagini efficaci, pene certe e controlli sempre più capillari.
La Calabria merita molto di più di questa eterna cronaca estiva fatta di cenere e disperazione. Merita di essere raccontata per la straordinaria bellezza dei suoi boschi, delle sue montagne, delle sue coste e delle sue aree interne. Merita cittadini orgogliosi della propria identità.
La terra brucia, sì.
Ma ciò che dovrebbe preoccuparci ancora di più è l’anima che rischia di consumarsi nell’indifferenza. Perché quando un popolo smette di indignarsi davanti alla distruzione della propria casa, il fuoco ha già vinto.
Se quella indignazione non saprà trasformarsi in responsabilità e in amore per questa terra, allora non sarà il bosco ad essere andato in fumo.
Saremo noi.
- (Avvocato, Componente Service Cittadino e Istituzioni Kiwanis Distretto Italia- San Marino)

