CORIGLIANO-ROSSANO (CS) – Un’altra aggressione, l’ennesima. Questa volta a far scattare lo stato di agitazione non è stato soltanto un episodio di violenza, ma la sensazione, sempre più diffusa tra gli operatori penitenziari, di lavorare quotidianamente in condizioni che stanno superando il limite della sostenibilità.
Nel carcere di Rossano il clima è tornato ad essere incandescente dopo un grave episodio che ha coinvolto anche la comandante del reparto di Polizia Penitenziaria. L’accaduto ha spinto il SAPPE (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) a proclamare lo stato di agitazione del personale, denunciando una situazione che, secondo il sindacato, non può più essere affrontata con interventi temporanei ma richiede decisioni strutturali e immediate.
Un’aggressione che fa esplodere un malessere già esistente
L’episodio rappresenta soltanto la punta dell’iceberg.
Secondo quanto riferito dal SAPPE, negli ultimi mesi il personale è stato chiamato a gestire una situazione sempre più complessa, caratterizzata da continue tensioni interne, episodi di violenza, detenuti con problematiche psichiatriche e un numero di agenti insufficiente rispetto alle reali esigenze dell’istituto.
L’aggressione alla comandante ha avuto un forte impatto emotivo proprio perché ha colpito una figura di riferimento all’interno della struttura, facendo comprendere come nessuno possa considerarsi realmente al sicuro quando il livello di tensione raggiunge determinate soglie.
Il problema si chiama sovraffollamento
La questione non riguarda soltanto Rossano.
Secondo i dati richiamati dal sindacato, nelle carceri italiane sono presenti circa 15.000 detenuti oltre la capienza regolamentare, mentre mancherebbero all’appello circa 4.000 agenti di Polizia Penitenziaria. Una situazione che inevitabilmente si riflette anche sugli istituti calabresi.
Quando il numero delle persone ristrette supera quello per cui una struttura è stata progettata, aumentano le difficoltà nella gestione quotidiana: più celle occupate, spazi comuni sotto pressione, maggiore richiesta di assistenza sanitaria e psicologica, oltre a un incremento del carico di lavoro per il personale.
Agenti sempre più sotto pressione
Dietro una divisa ci sono uomini e donne che operano spesso lontano dai riflettori.
La Polizia Penitenziaria garantisce la sicurezza degli istituti, accompagna i detenuti alle visite mediche, vigila durante i colloqui con i familiari, interviene nelle emergenze, gestisce le situazioni di crisi e contribuisce al mantenimento dell’ordine interno.
Quando gli organici si riducono, ogni agente è chiamato a coprire turni più pesanti, con inevitabili ripercussioni sul piano fisico e psicologico.
Il SAPPE ricorda inoltre che in Italia si registrano circa duemila aggressioni all’anno ai danni degli appartenenti al Corpo, un dato che descrive una realtà ben diversa da quella percepita dall’opinione pubblica.
La questione della salute mentale
Uno degli aspetti più delicati riguarda la presenza, negli istituti penitenziari, di persone affette da disturbi psichiatrici.
Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, molte situazioni particolarmente complesse vengono gestite all’interno delle carceri ordinarie, dove però non sempre esistono personale sanitario e strutture adeguate per affrontare problematiche di questo tipo.
Il risultato è che gli agenti si trovano spesso a fronteggiare situazioni estremamente difficili che richiederebbero competenze prevalentemente sanitarie.
La funzione rieducativa della pena
La Costituzione italiana stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.
Per raggiungere questo obiettivo non bastano le misure di sicurezza.
Servono educatori, psicologi, mediatori culturali, attività lavorative, formazione professionale e percorsi di reinserimento sociale.
Quando il carcere vive in condizioni di emergenza permanente, anche queste attività rischiano inevitabilmente di passare in secondo piano.
La richiesta dello Stato
La proclamazione dello stato di agitazione costituisce un appello rivolto direttamente al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e al Governo.
Le organizzazioni sindacali chiedono il rafforzamento degli organici, maggiori investimenti, una diversa distribuzione dei detenuti sul territorio nazionale e interventi specifici per le strutture maggiormente esposte alle criticità.
L’obiettivo dichiarato è quello di evitare che episodi di violenza continuino a ripetersi mettendo a rischio operatori e detenuti.
Un tema che riguarda tutti
Le carceri sono spesso percepite come realtà lontane dalla vita quotidiana.
In realtà rappresentano un indicatore importante dello stato di salute delle istituzioni.
Un istituto penitenziario sicuro tutela gli operatori che vi lavorano, garantisce condizioni dignitose alle persone detenute e contribuisce alla sicurezza dell’intera collettività.
La situazione del carcere di Rossano dimostra come il sistema penitenziario continui ad affrontare criticità profonde che non possono essere risolte soltanto con interventi emergenziali.
Ogni aggressione rappresenta un campanello d’allarme che richiama l’attenzione sulla necessità di investire in personale, strutture e servizi.
Perché il carcere non è soltanto il luogo dove si sconta una pena.
È anche il luogo nel quale lo Stato dimostra concretamente la propria capacità di coniugare sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana.

