A più di dieci anni dalla scomparsa di Maria Chindamo, uno dei casi di cronaca più inquietanti e dolorosi della Calabria torna improvvisamente al centro dell’attenzione giudiziaria. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha infatti iscritto otto nuove persone nel registro degli indagati e disposto una nuova, approfondita serie di accertamenti scientifici sui reperti sequestrati nel corso delle indagini. Una svolta importante in un’inchiesta che non si è mai realmente chiusa e che oggi prova ancora una volta a chiedere alla scienza ciò che finora non è stato possibile ricostruire completamente.
Maria Chindamo, imprenditrice agricola di 44 anni originaria di Laureana di Borrello, scomparve la mattina del 6 maggio 2016 davanti alla propria azienda agricola di Limbadi, nel Vibonese. Da quel momento di lei non è stato più ritrovato il corpo. Secondo la ricostruzione sostenuta dall’accusa nel procedimento giudiziario in corso, la donna sarebbe stata uccisa e il suo cadavere successivamente distrutto e occultato. Una delle ipotesi investigative più drammatiche è che i resti siano stati dati in pasto agli animali e successivamente eliminati utilizzando una fresa agricola. Si tratta, è necessario sottolinearlo, di una ricostruzione accusatoria ancora sottoposta al vaglio della magistratura giudicante.
Il nuovo capitolo dell’inchiesta porta la firma della pm della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci. Gli otto indagati sono Giovanni Capone, Vincenzo Arcieri, Francesco Arcieri, Tommaso Biondo, Antonino Biondo, Sasho Emilov Dimitrov, Davide Errigo e Nicolae Lurenthiu Gheorghe. Tra loro figurano anche alcuni familiari del marito di Maria Chindamo, morto suicida nel 2015. Le contestazioni, formulate a vario titolo, riguardano l’omicidio aggravato dalla premeditazione e dal metodo mafioso, oltre alla distruzione e all’occultamento del cadavere. L’iscrizione nel registro degli indagati rappresenta naturalmente un atto di garanzia e non equivale a una dichiarazione di responsabilità: tutte le posizioni dovranno essere verificate nel prosieguo delle indagini.
Il passaggio forse più significativo riguarda i nuovi accertamenti tecnici non ripetibili. Il 14 e il 21 settembre sono previste operazioni presso i laboratori del RIS di Messina, dove saranno effettuate analisi biologiche, genetiche e dattiloscopiche su una lunga serie di reperti acquisiti negli anni. L’obiettivo è cercare eventuali tracce di sangue, impronte, profili genetici o altri elementi capaci di stabilire collegamenti tra persone, mezzi e luoghi della scomparsa.
Tra gli oggetti destinati a essere nuovamente esaminati figura una fresa agricola sulla quale sarebbero state individuate tracce ematiche, elemento particolarmente delicato alla luce dell’ipotesi investigativa sulla distruzione del corpo della donna. Gli accertamenti riguarderanno inoltre un Mitsubishi Pajero sul quale sono state rilevate macchie di sangue, un paio di scarpe sportive rinvenute nell’abitazione rurale della vittima e due mozziconi di sigaretta già collegati geneticamente a Sasho Emilov Dimitrov. Nel materiale sotto sequestro figurano anche la Dacia Duster appartenuta a Maria Chindamo, una cintura di cuoio spezzata rinvenuta durante gli scavi effettuati nel 2016 e una Fiat Cinquecento sequestrata nel dicembre del 2025.
Proprio la possibilità di riesaminare reperti raccolti molti anni fa può rappresentare uno degli aspetti più rilevanti di questa nuova fase investigativa. Le moderne tecniche di laboratorio consentono infatti comparazioni sempre più sofisticate e, nel caso Chindamo, gli investigatori puntano evidentemente a verificare se elementi che in passato non avevano fornito risposte definitive possano oggi assumere un significato differente se letti insieme ai dati emersi nel corso degli anni.
Parallelamente continua a Catanzaro il processo a carico di Salvatore Ascone, 60 anni, accusato di avere partecipato, secondo la prospettazione della Dda, alla pianificazione, all’organizzazione e all’esecuzione dell’omicidio. L’accusa sostiene che Ascone avrebbe agito in concorso con Vincenzo Punturiero, ex suocero di Maria Chindamo, nel frattempo deceduto. Secondo la ricostruzione investigativa, Punturiero avrebbe attribuito alla separazione tra Maria e suo figlio la responsabilità del suicidio di quest’ultimo.
Per gli investigatori esisterebbe però anche un secondo possibile movente collegato agli interessi economici e criminali presenti sul territorio. Ascone avrebbe avuto, sempre secondo l’accusa, un interesse all’acquisizione di un terreno appartenente all’imprenditrice e avrebbe operato anche in qualità di referente della cosca Mancuso. È proprio all’interno di questo scenario che la Dda colloca l’aggravante mafiosa e l’ipotesi secondo la quale il delitto avrebbe avuto anche la finalità di agevolare gli interessi della potente organizzazione criminale del Vibonese. Anche questi aspetti restano naturalmente oggetto del processo e dovranno essere definitivamente provati nelle sedi giudiziarie competenti.
La nuova indagine dimostra soprattutto che, nonostante il trascorrere del tempo, il fascicolo su Maria Chindamo continua a essere considerato tutt’altro che esaurito. Gli otto nuovi avvisi di garanzia e il ritorno nei laboratori del RIS rappresentano il tentativo di ricomporre gli ultimi tasselli di una vicenda nella quale sono ancora numerose le domande rimaste senza risposta.
Chi era presente quella mattina del 6 maggio 2016? Chi partecipò materialmente all’agguato? Chi aiutò eventualmente a trasportare e a fare scomparire il corpo? Quale fu il movente prevalente: la vendetta familiare, gli interessi sui terreni, la pressione della criminalità organizzata oppure una convergenza tra più ragioni? E soprattutto: dove sono finiti i resti di Maria?
Saranno gli accertamenti scientifici e il lavoro della magistratura a stabilire se questa nuova fase investigativa riuscirà finalmente a fornire risposte definitive. Dopo oltre dieci anni, il caso Maria Chindamo continua così a interrogare la Calabria e l’intero Paese. Una donna scomparsa nel nulla, un corpo mai restituito ai suoi familiari e un’inchiesta che continua ostinatamente a cercare la verità. Perché, anche dopo dieci anni, il tempo non può trasformare una domanda di giustizia in silenzio.

