Nel giorno del suo 88.mo compleanno, La Repubblica, Il Corriere della sera e Il New York Times pubblicano alcune anticipazioni dell’autobiografia del Papa intitolata “Spera” in uscita a gennaio. Il Pontefice racconta la sua infanzia a Buenos Aires, ricorda lo storico viaggio in Iraq nel 2021, tra difficoltà logistiche e allarmi sulla sicurezza e riflette sul rapporto tra fede e umorismo
Il «concentrato di umanità» vissuto nelle villas miserias di Buenos Aires e la «ferita al cuore» rappresentata dall’Iraq, visitato nel 2021: c’è questo e altro nelle due anticipazioni della autobiografia di Papa Francesco intitolata “Spera”, scritta con Carlo Musso. Il volume, edito da Mondadori, verrà pubblicato il 14 gennaio in oltre cento Paesi del mondo. Oggi, 17 dicembre — nel giorno in cui il Pontefice compie 88 anni — i quotidiani italiani «La Repubblica» e «Il Corriere della Sera» ne anticipano alcuni estratti.
L’infanzia nel barrio Flores
«Quando qualcuno mi dice che sono un Papa villero, prego solo di esserne degno», afferma Francesco, ripercorrendo con la memoria quel «microcosmo complesso, multietnico, multireligioso e multiculturale» rappresentato dal barrio Flores, il quartiere di Buenos Aires dove ha vissuto la sua infanzia. Qui «le differenze erano normalità e ci si rispettava», ricorda Bergoglio, rammentando gruppi di amici cattolici, ebrei e musulmani, senza distinzioni.
Le “Maddalene contemporanee”
Il Papa ricorda l’incontro con delle prostitute, immagine di quel «lato più oscuro e faticoso dell’esistenza» che ha conosciuto fin da bambino nelle periferie argentine. Divenuto vescovo, Bergoglio celebrerà la Messa per alcune di queste donne che avevano nel frattempo cambiato vita. “Io ho fatto la prostituta dappertutto – gli confessa una di loro, chiamata Porota – anche negli Stati Uniti. Ho guadagnato, poi mi sono innamorata di un uomo più anziano, è stato il mio amante, e quando è morto ho cambiato vita. Ho una pensione, ora. E vado a fare il bagno ai vecchietti e alle vecchiette delle case di riposo che non hanno nessuno che si prenda cura di loro. A Messa non vado molto, e con il mio corpo ho fatto di tutto, ma ora voglio curarmi dei corpi che non interessano a nessuno”. «Una Maddalena contemporanea», la definisce Francesco. La Porota lo chiamerà un’ultima volta, dall’ospedale, poco prima di morire, per avere l’Unzione degli infermi e la Comunione. «Se ne è andata bene – scrive il Papa – come “i pubblicani e le prostitute” che ci “passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). E molto bene io le ho voluto. Anche adesso, il giorno della sua morte non dimentico di pregare per lei».
L’amicizia con “padre Pepe”
Non manca il ricordo dei detenuti, che fabbricavano spazzole per i vestiti, così come il racconto della nascita dell’amicizia con don José de Paola, noto come “padre Pepe”, parroco alla Virgen de Caacupé, nella Villa 21, e sorretto con ascolto e vicinanza dal futuro Pontefice in un momento di crisi vocazionale. In quei territori posti ai margini della città, là dove «lo Stato per quarant’anni è stato assente» e dove la tossicodipendenza è «un flagello che moltiplica la disperazione», proprio lì — ribadisce il Pontefice — «in quelle periferie che per la Chiesa devono essere sempre più nuovo centro, un gruppo di laici e di sacerdoti come padre Pepe vivono e testimoniano il Vangelo ogni giorno, tra gli scartati di un’economia che uccide».
La religione non è l’oppio dei popoli, la fede è un incontro
Una realtà difficile dalla quale emerge nitidamente che la religione non è affatto, come dicono alcuni, «l’oppio dei popoli, un rassicurante racconto per alienare le persone», ribadisce ancora il Papa. Anzi: è proprio «grazie alla fede e a quell’impegno pastorale e civile» che le villas «sono progredite in modo impensabile, pur tra enormi difficoltà». E «proprio come la fede, ogni servizio è sempre un incontro, e siamo noi soprattutto che dai poveri possiamo molto imparare».

