Parkinson, individuato il ruolo del recettore mGlu3: apre a possibili trattamenti personalizzati

Un recettore nervoso detto mGlu3 – appartenente al gruppo dei recettori metabotropici per il glutammato – può avere un’azione protettiva nell’evoluzione della malattia di Parkinson. Lo rivela una ricerca condotta dall’Irccs Neuromed, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e altri centri internazionali. Lo studio – pubblicato su npj Parkinson’s Disease – suggerisce una strada innovativa per approcci terapeutici più efficaci.

Commenta Luisa Di Menna, ricercatrice del Laboratorio di Neurofarmacologia dell’Irccs Neuromed e prima autrice dello studio: “Secondo i nostri dati i recettori mGlu3 possono influenzare la vulnerabilità delle cellule nervose, nonché le risposte infiammatorie, nel corso della malattia di Parkinson. Questo ci fa pensare a nuove strade terapeutiche che possano agire su quel recettore in modo da rallentare la progressione della patologia”.

I recettori mGlu

Sono proteine inserite nella membrana cellulare che rispondono all’acido glutammico, il principale neurotrasmettitore eccitatorio del Sistema nervoso centrale. Non solo rappresenta uno dei responsabili del trasferimento dell’informazione tra cellule nervose ma e anche coinvolto in quei meccanismi cosiddetti di “plasticità sinaptica”, in altri termini la capacità che le connessioni tra un neurone e l’altro hanno di adattarsi all’ambiente, la base dei meccanismi di apprendimento e memoria.

In particolare, l’acido glutammico interagisce con due categorie di recettori di membrana: i recettori “ionotropici”, che formano canali ionici e permettono il passaggio degli ioni sodio e degli ioni calcio dallo spazio extracellulare all’interno della cellula nervosa, e i recettori mGlu, che operano mediante meccanismi biochimici complessi (denominati meccanismi di trasduzione del segnale).

Gli studi in modelli animali…

Il recettore mGlu3 è stato dapprima studiato in modelli animali e in particolare confrontando topi “knockout”, geneticamente privi di questo recettore e topi che esprimevano il recettore funzionante. Tutti gli animali sono stati poi esposti alla Mptp, una sostanza che riproduce molti aspetti fisiologici del Parkinson. I risultati dell’esperimento hanno mostrato che gli animali privi di mGlu3 avevano un livello di danno neuronale e di infiammazione cerebrale più grave rispetto ai topi normali.

…e sugli esseri umani

Successivamente sono state analizzate varianti del gene che codifica per l’mGlu3 (GRM3) in oltre 700 pazienti con Parkinson, messi a confronto con 800 partecipanti al Progetto Eeidemiologico Moli-sani che non erano affetti dalla patologia. Alcune delle varianti genetiche sono risultate legate a sintomi più gravi nei pazienti, sia di tipo motorio che cognitivo, mentre nei test di plasticità cerebrale (che misurano la capacità del cervello di adattarsi) i pazienti portatori delle varianti mostravano risposte ridotte. Nei partecipanti sani, invece, non sono state osservate alterazioni significative, suggerendo che le varianti esercitino il loro effetto negativo principalmente in presenza della malattia.

“I risultati dello studio confermano l’importanza della componente genetica, non solo nel definire l’insorgenza della patologia ma anche nel modulare la complessa sintomatologia associata alla malattia di Parkinson” spiega Teresa Esposito, primo ricercatore presso l’Istituto di Genetica e Biofisica del Cnr Napoli e responsabile del laboratorio Cnr presso l’Irccs Neuromed e Coordinatrice della Biobanca Parkinson nello stesso istituto.

Nuove strategie terapeutiche

La ricerca come sottolinea Giuseppe Battaglia, professore associato di Farmacologia presso l’Università Sapienza di Roma e componente del laboratorio di Neurofarmacologia dell’Irccs Neuromed, apre alla possibilità di sviluppare farmaci innovativi mirati a ridurre il danno neuronale.

Un passo che avvicina alla medicina di precisione, come ha fatto notare Alfredo Berardelli, professore emerito di Neurologia presso l’Università la Sapienza di Roma e Coordinatore dell’Unità di Ricerca e di Neurofisiologia Clinica dell’Irccs Neuromed “consentendo di identificare pazienti con caratteristiche genetiche specifiche che potrebbero rispondere meglio a terapie mirate. Il nostro obiettivo è fornire trattamenti sempre più personalizzati ed efficaci, adattati alle esigenze di ciascun paziente”.

Comprendere la neurodegenerazione

“Ma dobbiamo anche considerare – continua Battaglia – che questo recettore non è solo un potenziale bersaglio terapeutico: è anche una chiave per comprendere meglio i meccanismi molecolari alla base della neurodegenerazione”.

I recettori mGlu3, infatti, sono coinvolti nella fisiopatologia della malattia regolando sia i meccanismi di neurodegenerazione/neuroprotezione e sia la plasticità corticale, precisa Ferdinando Nicoletti – Professore Ordinario di Farmacologia presso l’Università Sapienza di Roma e Responsabile del Laboratorio di Neurofarmacologia dell’Irccs Neuromed.

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