A 40 ANNI DALLA SUA MORTE, Lo scenario di un omicidio eccellente. IL DELITTO COSMAI

Tratto da “I segreti dei boss” di

ARCANGELO BADOLATO

Nel 1985 capo del governo è Bettino CraxI. Al dicastero degli Esteri brilla la stella di Giulio Andreotti. Nei cinema trionfano le pellicole “Fandango” e “Miranda”, mentre il grande calcio è allietato dalle prodezze di Michel Platini e Karl Heinz Rumenigge. In televisione i telefilm americani calamitano l’attenzione degli spettatori. La Rai trasmette “Sulle strade di San Francisco” e “Hill street giorno e notte”; su Canale 5 ottiene audience da record “Sentieri”. A Cosenza il prefetto Corrado Catenacci sostituisce il collega Alfio Licandro. I politici locali vivono una stagione di successi: il democristiano Riccardo Misasi lavora a pieno ritmo tra la capitale e la Calabria per riassemblare le file del suo partito, dopo la nomina del reggino Vico Ligato ai vertici delle Ferrovie dello Stato. Il socialista Giacomo Mancini svolge le funzioni di primo cittadino. Francesco Principe, invece, guida la Giunta regionale. La presidenza della Provincia è affidata a Eugenio Madeo, mentre Franco Santo e Nicola Adamo coordinano le segreterie provinciali rispettivamente di Dc e Pci.

In piazza Riforma, per motivi rimasti sconosciuti, finisce la sua esistenza terrena l’autista Antonio Bellomusto. L’uomo, ch’era seduto alla guida di un furgone postale in attesa dell’arrivo del figlio, viene giustiziato a colpi di pistola. Stessa sorte, pochi mesi dopo, toccherà ad Alfredo Andretti, killer della ‘ndrangheta. L’85 si rivelerà un anno tragico.

L’assassinio di un servitore dello Stato.

E’ una mattina di fine inverno. Piove. Sergio Cosmai, direttore del carcere di via Popilia, si dirige a bordo della sua Fiat 500 verso la scuola frequentata dalla figlioletta. Deve prendere la bambina che l’attende ansiosa. Il funzionario statale è senza scorta. I killer della ‘ndrangheta lo sanno. Seguono da giorni le sue mosse in attesa di colpirlo. L’ordine di giustiziarlo è arrivato da dietro le sbarre.

Cosmai è un duro. Nel penitenziario di via Popilia ha imposto regole ferree. La disciplina regna sovrana. Qualcuno – che poi fingerà di stracciarsi le vesti nei giorni successivi al delitto – si lamenta pubblicamente di presunti pestaggi subiti dai detenuti. Per settimane lo sventurato direttore nativo di Bisceglie è vittima di un’accanita campagna di delegittimazione. Gli agenti di custodia non guardano in faccia nessuno. Applicano i regolamenti e puniscono chi sbaglia. Le “villeggiature” per i boss sono finite. Nessuno può minacciare o alzare la voce. Né imporre le leggi della ‘ndrangheta tra le mura del carcere. Da quando è arrivato quel direttore dall’accento pugliese, in quel mondo nascosto, fatto d’inferriate, cancelli e guardie armate, conta solo la legge dello Stato. Niente champagne, né caviale, né socialità, né comodità da grand hotel. I “capibastone” bofonchiano, qualcuno le busca. Le botte fanno perdere la testa. Un boss decide che l’affronto va lavato col sangue. Paghi uno per tutti e la “lezione” sia d’insegnamento. La vita di Cosmai viene stroncata sul viale che oggi porta il suo nome. Il commando di sicari (composto da Dario e Nicola Notargiacomo e Stefano e Giuseppe Bartolomeo) crivella il direttore di pallottole. E’ il 12 marzo del 1985. Tutto avviene in pochi minuti. Gli assassini compiono la missione di morte e fuggono via, coperti dall’omertà. Sergio Cosmai, prontamente soccorso, respira ancora. Nel tentativo di strapparlo alla morte viene condotto in una clinica specialistica pugliese, dove però spira. Lo spostamento del ferito nella sua regione d’origine trasferisce ai magistrati di Trani la competenza di giudicare gli autori dell’agguato. I fratelli Bartolomeo e Notargiacomo finiscono subito in manette. Il processo istruito a loro carico è indiziario. In primo grado, la Corte di assise di Trani li condanna all’ergastolo. In appello, il 25 febbraio dell’88, vengono assolti.

Tra i dibattimenti di primo e secondo grado accade però qualcosa. Che l’ex pentito Mario Pranno racconta in Assise, durante il maxiprocesso “Garden”, il 26 novembre del 1996. «Consegnammo – afferma Pranno – 70 milioni ai fratelli Bartolomeo. I soldi servivano a risolvere i loro problemi».

Quali problemi? – chiede il pm Stefano Tocci – Risposta: «In quel momento attendevano di essere giudicati in appello per l’omicidio del direttore Cosmai..». Ed i soldi, specificherà subito dopo il collaboratore «Non servivano a pagare gli avvocati; né a sostenere le famiglie dei detenuti». Il 14 gennaio del ’97 – sempre durante il Garden – il pentito Franco Garofalo conclude la sua deposizione parlando della stessa intricata storia. Ecco cosa afferma: «Per aiutare i fratelli Bartolomeo condannati all’ergastolo in primo grado per l’omicidio Cosmai, fu cacciata una certa somma data ad una persona di Bari». A chi? Nessuno è riuscito a scoprirlo. L’omicidio del povero direttore è rimasto un crimine impunito. I fratelli Bartolomeo sono morti ammazzati. Mentre in favore dei Notargiacomo, che hanno confessato di aver commesso il delitto è intervenuta una sentenza di assoluzione ormai passata in giudicato. Nel nostro ordinamento la revisione dei processi è prevista solo pro bona partem. A Tiziana Cosmai, vedova di mafia, è toccato sapere che gli assassini del suo povero marito sono stipendiati dallo Stato. E che il mandante del delitto non è stato incredibilmente mai perseguito. Nel Cosentino, tra l’80 e l’85, la “ndrangheta ha abbattuto a pistolettate tre diversi simboli della politica, dell’avvocatura e dello stato: Giannino Losardo, Silvio Sesti e Sergio Cosmai. Nessuno ha pagato.

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