A Cosenza, in un tempo non troppo lontano, esisteva un regno tutto suo. Un regno senza troni né corone, ma con un biliardo sbeccato, joystick consumati e risate da far tremare i vetri. Questo regno si chiamava Matriarca, e si trovava in Via Mario Mari, proprio lì, accanto a Piazza Kennedy. Era molto più di una sala giochi: era un porto sicuro per chi filonava scuola, un rifugio per chi aveva il cuore gonfio e la tasca vuota. E il re indiscusso di quel piccolo mondo era lui: Cane Pasquale, al secolo Pasquale Grandinetti.
Pasquale non era solo un uomo. Era un’istituzione. Un’anima antica vestita da giullare, capace di dire una bestemmia con l’affetto di un abbraccio, e di fare una “nascata” con la stessa intensità con cui un artista chiude un’opera. Ogni mattina ci accoglieva come un padre sgangherato e affettuoso, urlandoci dietro, prendendoci in giro, ma sempre con quel lampo negli occhi di chi ama senza chiedere nulla in cambio.
Eravamo tantissimi, una tribù variopinta di studenti filonisti, anime in cerca di identità, di compagnia, di un posto dove ridere senza sentirsi fuori luogo. Pasquale li capiva tutti: i più casinisti, i più silenziosi, quelli con la battuta pronta e quelli che portavano dentro un dolore grande. E a tutti regalava la stessa cosa: accoglienza e ironia. Il suo modo di amarci era ruvido e autentico. Ci faceva sentire parte di qualcosa.
E poi c’era lei, la sua dolce metà. Divina. A mezzogiorno in punto, come in una staffetta silenziosa e perfetta, arrivava la regina della Matriarca, una donna dallo sguardo dolce e dal sorriso che sapeva mettere pace anche nei pomeriggi più scatenati. Divina era la poesia che dava equilibrio al teatro di Pasquale. Una donna che sapeva amare quel gigante buono, capirlo nelle sue stravaganze, contenerlo con dolcezza. Se Pasquale era il cuore, Divina era l’anima.
Ricordo ancora quel giorno in cui il mio amico Luigi Lorusso battibeccava con Pasquale. Se ne dissero di tutti i colori. Noi trattenevamo il fiato… e poi arrivò il colpo di scena: la nascata finale. Uno spettacolo. E noi, spettatori increduli, scoppiammo in una risata che ancora oggi mi torna in gola. Ora penso che forse Pasquale e Luigi stanno ridendo ancora, da qualche parte sopra di noi, magari in una Matriarca celeste, con biliardi infiniti e joystick che non si rompono mai.
C’era poi un altro rituale, ogni mattina: Pasquale passava dall’edicola di mio padre. Si fermava lì per un po’, a chiacchierare, a prendere il giornale o magari solo per fare una delle sue famose sparate. E, inevitabilmente, mio padre – curioso come sempre – gli chiedeva:
“Pasquà, ma Sergiolino è passato stamattina?”
E lui, fedele come un amico vero, rispondeva:
“Giannì, Sergiolino è nu bravu guagliuni… u viu sulu u pomeriggio, ccu chiri guagliuni ultra da Nuova Guardia.”
E ridevano insieme, perché anche nei non detti c’era un’affettuosa complicità.
Pasquale arrivava la mattina con l’aria di un padre stanco e divertito. Poi, a mezzogiorno, cedeva lo scettro a Divina, e tornava a casa a modo suo, tra un’imprecazione e una carezza nascosta. Erano una coppia che si completava, che si cercava anche nel silenzio. Una volta li vidi scambiarsi un sorriso, uno solo, e capii tutto quello che c’era tra loro.
Ciao Pasquà. Ciao Divì. Ciao a tutti i Luigi che sono andati via troppo presto.
Grazie per averci insegnato che l’amore può essere un’imprecazione detta col cuore, una risata improvvisa, o una sala giochi dove sentirsi a casa.

