Estate 1980. L’Italia piangeva, ma pochi ascoltavano il pianto della Calabria. Mentre a Roma si spegneva la vita del giudice Mario Amato, mentre 81 anime cadevano nei cieli di Ustica e una bomba squarciava la stazione di Bologna, la terra del Sud seppelliva in silenzio due dei suoi figli più coraggiosi: Peppe Valarioti e Giannino Losardo.
Due nomi, due volti, due cuori che battevano all’unisono contro l’orrore: quello della mafia, della corruzione, dell’indifferenza. Due comunisti, certo. Ma soprattutto due uomini giusti. E per questo condannati a morte.
Rosarno, 11 giugno. Peppe Valarioti, giovane professore dalle umili origini contadine, viene assassinato dalla ‘ndrangheta. La sua colpa? Aver osato sfidare il potere mafioso con la schiena dritta e la parola come arma. Era il segretario della sezione PCI di Rosarno, e la sera in cui fu ucciso, festeggiava con i compagni la vittoria elettorale. Una cena, un brindisi, poi il buio. La pallottola della ‘ndrangheta segnava la fine di un sogno e l’inizio di un incubo.
Cetraro, 21 giugno. Dieci giorni dopo, un commando in moto colpisce Giannino Losardo. Segretario della Procura della Repubblica di Paola, assessore comunale, intellettuale rigoroso. Aveva appena denunciato pubblicamente, durante un infuocato consiglio comunale, l’infiltrazione mafiosa nel Comune. Si era dimesso con dignità, consapevole del prezzo che avrebbe potuto pagare. E quel prezzo arrivò, puntuale, sotto forma di piombo.
Due omicidi, due segnali. Non solo per la Calabria. Ma per l’intero Paese. Perché quella non fu solo un’estate di sangue: fu una svolta storica. Come scriveva Pino Arlacchi nel suo libro La mafia imprenditrice, proprio in quegli anni la criminalità organizzata mutava pelle. Dalla lupara all’impresa, dal potere del terrore a quello del denaro. La ‘ndrangheta diventava sistema economico, borghesia mafiosa, braccio armato e contabile di una nuova forma di potere.
Una nuova mafia, un vecchio silenzio.
A Rosarno e a Cetraro, la lotta alla mafia non era un argomento da convegno o un esercizio accademico. Era vita quotidiana, sguardi incrociati, minacce, paura. Ma anche coraggio. E il coraggio lo avevano soprattutto loro, i compagni di lotta di un PCI che ancora cercava, sotto la guida di Berlinguer, di tenere insieme politica e morale. Ma quel coraggio fu pagato a carissimo prezzo.
Losardo sapeva. Vedeva in anticipo ciò che molti preferivano ignorare: il volto nuovo del potere criminale, che ormai non si accontentava più di controllare il territorio. Voleva le istituzioni. Voleva la politica. Voleva l’economia.
E lo ottenne. Perché lo Stato, in quel tempo, era distratto. Preoccupato dal terrorismo, accecato dalla strategia della tensione, e forse – come molti allora sospettavano – non del tutto immune alla tentazione di chiudere un occhio davanti alla mutazione mafiosa, se questa garantiva “ordine” in un Sud irrequieto.
In Calabria, tra il Tirreno cosentino e la Piana di Gioia Tauro, si compiva intanto un salto epocale. Bande criminali diventavano cosche, cosche diventavano holding. La ‘ndrangheta, da mafia dell’omertà, si faceva mafia dei capitali. E trovava alleati silenziosi nei salotti buoni, nei palazzi, nei cantieri.
Ma c’era chi non stava in silenzio.
Peppe e Giannino parlarono. Denunciarono. Combatterono. Non come eroi, ma come uomini liberi. Ed è proprio la loro libertà, il loro non piegarsi, ad averli condannati. Perché nulla è più temibile, per chi costruisce il potere sull’intimidazione, di chi non ha paura.
A distanza di oltre quarant’anni, i loro nomi non dovrebbero solo abitare le lapidi. Dovrebbero essere pronunciati nelle scuole, nei consigli comunali, nelle piazze. Dovrebbero essere esempio, memoria viva, ammonimento.
Perché la storia non si ripete mai uguale, ma a volte ritorna.
E i frutti amari di quella stagione – diseguaglianze, criminalità economica, assalto allo stato sociale – li raccogliamo ancora oggi. In un sistema globale dove la finanza conta più del lavoro, e la corruzione ha mille volti, spesso rispettabili.
Peppe Valarioti e Giannino Losardo non sono stati solo vittime. Sono stati un argine. E un faro.
Ricordarli oggi non è solo un dovere. È una necessità.
Perché il coraggio, come la libertà, non muore mai davvero.
Resta nei gesti di chi resiste.
Rinasce nelle parole di chi non dimentica.
E cammina sulle gambe di chi continua a lottare. Anche oggi. Anche qui. Anche adesso.

