Giovanni Brusca, l’ex boss mafioso passato alla storia per aver premuto il telecomando che fece esplodere l’autostrada A29 uccidendo il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, è oggi un uomo libero. Dopo aver scontato 25 anni di carcere e usufruito dei benefici previsti per i collaboratori di giustizia, Brusca ha lasciato la detenzione suscitando polemiche, indignazione e dolore tra i familiari delle vittime e nell’intera opinione pubblica.
Brusca, soprannominato “’u verru” (il porco), è stato uno degli uomini più feroci di Cosa Nostra. Non solo la strage di Capaci del 23 maggio 1992 porta la sua firma operativa, ma anche l’atroce omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. Confessò oltre 150 omicidi, diventando poi un collaboratore chiave nelle inchieste contro l’organizzazione mafiosa siciliana.
La sua scarcerazione, avvenuta nel rispetto della legge, ha riacceso il dibattito sulla giustizia e sulla memoria. Per molti è inaccettabile che un uomo responsabile di crimini tanto efferati possa tornare alla vita normale. Per altri, è il prezzo – altissimo – pagato dallo Stato per ottenere verità e decapitare i vertici mafiosi.
Nonostante il programma di protezione e l’identità segreta, la notizia del suo ritorno in libertà resta una ferita aperta. Per chi ha perso i propri cari nella guerra di mafia, per chi ogni anno depone fiori a Capaci, per chi chiede ancora verità e giustizia.

