di Danilo Aloe (Avvocato)
E’ stato il tempo dell’agora’. Una volta erano le botteghe dj prossimità nelle piccole contrade o le piazze delle città a raccogliere pettegolezzi, discussioni e idee.
Oggi il luogo dell’incontro è lo schermo del telefono: lì ci distraiamo, ci indigniamo e poi scivoliamo subito verso un nuovo nulla.
In un’epoca in cui l’attenzione è la risorsa più preziosa, la società è diventata un coacervo di assenti: scorriamo senza sosta, ma capiamo davvero?
Questa distrazione perenne ha trasformato e continua a farlo – profondamente – i costumi.
Le relazioni sono più fragili: le conversazioni sono spesso interrotte da uno scroll, la presenza fisica non basta più.
L’Informazione e’ frammentata: approfondire costa fatica, leggere un libro sembra un lusso; vincono i titoli urlati, i contenuti brevi.
E’ come se si avesse la paura di perdersi qualcosa: come se disconnettersi fosse una deminutio; un peccato sociale.
Non muovo la mia mano per un tentativo di demonizzare la tecnologia. Tutt’altro; alla stessa troppo spesso affido i miei desiderata.
La sfida vera, però, credo risieda oggi nell’esigenza mai sopita di riappropriarsi di spazi di incontro reale.
Recuperare attività lente come la lettura e la conversazione lunga.
Il perpetuar connessi non basta per essere informati, né felici.
Che bello sarebbe forse poter tornare ad annoiarsi, stare nel presente, ascoltare davvero l’altro.
E magari, alla bisogna, se necessario dirgli anche che gli vogliamo bene.
E’ l’antidoto più rivoluzionario ai costumi di una società che sembra aver dimenticato la bellezza di prestare attenzione.
Rieducando i sentimenti.

