L’ultimo rapporto dell’Istat lancia un allarme che non può lasciare indifferenti: in Italia, la povertà continua ad avere il volto dei più piccoli, e a Sud questo volto è sempre più segnato. Secondo i dati ufficiali, quasi un bambino su due sotto i 16 anni che vive nelle regioni meridionali è esposto al rischio di povertà o esclusione sociale.
La percentuale è drammatica: oltre il 46% dei minori nel Mezzogiorno si trova in una condizione di grave disagio economico o sociale. Un dato che doppia quello del Nord e fotografa una frattura generazionale e geografica che si allarga invece di restringersi.
A livello nazionale, la media dei minori in difficoltà si attesta al 29,3%, ma le differenze territoriali sono nette: mentre nel Nord Italia i minori a rischio sono circa il 20%, nel Sud la situazione appare sempre più allarmante. I bambini crescono in famiglie dove il reddito non basta, dove mancano i servizi essenziali, e dove anche l’accesso all’istruzione, alla sanità e alla cultura è limitato.
La povertà minorile non è solo mancanza di denaro. È anche assenza di opportunità. Vuol dire meno sport, meno libri, meno spazi sicuri. E spesso significa crescere con aspettative basse e speranze fragili. Un circolo vizioso difficile da spezzare, soprattutto in territori dove le politiche di sostegno sono deboli o disorganiche.
Secondo gli esperti, servono interventi strutturali e tempestivi. Non bastano i bonus una tantum: è necessaria una strategia nazionale che parta dai più piccoli, garantendo equità nell’accesso a scuola, salute, servizi sociali e opportunità culturali.
Nel frattempo, nel silenzio di troppe istituzioni, centinaia di migliaia di bambini crescono in un’Italia che promette diritti ma nega futuro.

