In due decenni la regione ha visto ridursi di oltre un terzo la popolazione giovane: impatto su lavoro, università e tenuta demografica.
La Calabria continua a fare i conti con un esodo giovanile strutturale. Secondo elaborazioni su dati Istat riportate dalla stampa regionale, tra il 2002 e il 2022 la platea dei 18–34enni residenti si è ridotta di circa 162 mila unità (-32,4%): dai 503 mila giovani di inizio periodo a “poco più di 340 mila” nel 2022. È una perdita che colloca la Calabria tra le regioni italiane più colpite, insieme a Basilicata e Sardegna.
Il calo non dipende solo dall’emigrazione: pesano anche denatalità e invecchiamento. Ma la dinamica migratoria è cruciale: i flussi interni favoriscono il Centro-Nord, mentre una quota rilevante di giovani si sposta anche all’estero. Nel complesso nazionale, Istat ricorda che un emigrato italiano su tre ha 25–34 anni, confermando la centralità della fascia giovanile nei movimenti più recenti.
Sul fronte della fuga dei laureati, il Rapporto Svimez 2024 stima che tra 2002 e 2022 dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord si siano trasferiti circa 500 mila laureati (tutte le età), con un saldo negativo superiore a 320 mila (di cui 250 mila giovani laureati): numeri che spiegano perché il tessuto produttivo e della ricerca nelle regioni del Sud – Calabria inclusa – fatichi a sostituire competenze che emigrano stabilmente.
La contrazione della popolazione giovane incide su:
- Mercato del lavoro (minore offerta di competenze e imprenditorialità, soprattutto high-skill).
- Sistema universitario (base potenziale di immatricolati in calo, con rischi per gli atenei calabresi).
- Sostenibilità demografica (meno nascite e squilibri territoriali nei servizi). Questi trend sono evidenziati sia dalle analisi Istat su struttura per età, sia dalle proiezioni Svimez sugli effetti di lungo periodo.

