Franco Perna, 84 anni, considerato per decenni uno dei boss storici della ’ndrangheta cosentina, ha lasciato il carcere dopo circa 31 anni di detenzione e sconterà il resto della pena agli arresti domiciliari. La decisione è stata assunta dal Tribunale di Sorveglianza, che ha accolto l’istanza presentata dal suo difensore, l’avvocato Cristian Bilotta, alla luce del grave e progressivo deterioramento delle condizioni di salute dell’anziano detenuto. Il provvedimento viene definito “definitivo” dalle fonti giudiziarie.
Perna, arrestato e poi detenuto stabilmente dalla metà degli anni ’90, è stato per lungo tempo al vertice della storica cosca Perna-Pranno, protagonista della sanguinosa “guerra di mafia” che sconvolse Cosenza e il suo hinterland tra gli anni ’70 e ’80. Quelle vicende criminali sono state ricostruite in particolare nei maxi procedimenti “Garden” e “Missing”, che hanno fotografato un ventennio di omicidi e regolamenti di conti – oltre un centinaio quelli trattati nei due processi – e si sono conclusi con pesantissime condanne per numerosi affiliati delle cosche cosentine.
Sul piano giudiziario, Perna è stato condannato all’ergastolo, tra l’altro, per l’omicidio di Armando Bevacqua (procedimento “Garden”) e per l’omicidio di Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza, ucciso nel 1985 mentre si recava a prendere la figlia a scuola. In quest’ultimo caso, le sentenze hanno riconosciuto Perna come mandante del delitto, in un contesto di dure contrapposizioni tra lo Stato e le organizzazioni mafiose che miravano a condizionare la gestione del penitenziario bruzio.
Lo storico boss, indicato dagli investigatori come figura di vertice della criminalità organizzata bruzia, non ha mai avviato percorsi di collaborazione con la giustizia. Nel corso della lunga detenzione è stato sottoposto anche al regime di carcere duro (41-bis), poi revocato nel 2009; da allora ha continuato a scontare la pena in regime ordinario, fino al recente differimento deciso in ragione dell’età avanzata e delle condizioni cliniche ritenute incompatibili con la permanenza in istituto.
La scarcerazione per motivi di salute di una figura così simbolica per la storia della ’ndrangheta cosentina riporta alla memoria le stagioni più buie vissute dalla città: gli anni delle faide, dei delitti eccellenti e delle successive grandi inchieste che, pur colpendo duramente le cosche, non hanno cancellato il peso che quei fatti continuano ad avere nella memoria collettiva e nel dibattito pubblico su legalità e sicurezza nel territorio bruzio.

