Per trentun anni, Gianfranco Ruà ha vissuto in un mondo fatto di ombre e ferro. Ha visto la luce filtrare dalle sbarre come un’elemosina, ha contato le notti che sembravano non finire mai, ha ascoltato migliaia di volte il clangore delle porte blindate, un suono capace di spezzare il fiato anche agli uomini più duri.
Era stato un nome che incuteva paura. Un uomo che i processi e le sentenze hanno definito senza esitazione: pluriergastolano, esponente di spicco del maxiprocedimento “Garden”, protagonista di anni in cui il sangue valeva più delle parole. Tra le vittime, l’imprenditore e consigliere comunale Pino Chiappetta: un colpo sparato nel buio della violenza che ha segnato per sempre la storia di Rende.
Ruà non ha mai chiesto sconti, né rifugi. Non ha scelto scorciatoie. È rimasto solo, mentre chi un tempo era al suo fianco imboccava la strada delle collaborazioni. Lui no. Ha attraversato da solo le sue colpe, carcere dopo carcere, isolamento dopo isolamento.
E proprio lì, in quell’universo di muri spessi e silenzi pesanti, è accaduto qualcosa che nessuno avrebbe previsto.
Il varco che non ti aspetti
A un certo punto, negli anni più duri del 41-bis, quando il tempo non sembrava più scorrere, nella sua cella sono entrati dei libri. Prima come oggetti. Poi come ossigeno.
Le pagine sono diventate finestre. Mondi interi. Mani tese. Parole che bruciano e carezzano, che ti costringono a guardarti dentro senza filtri.
E Ruà, che per una vita aveva costruito le sue certezze sulla violenza, si è trovato per la prima volta nudo davanti a una verità semplice: non era più quello di prima.
Non perché lo dicesse qualcuno.
Non perché gli convenisse.
Ma perché, giorno dopo giorno, la cultura gli stava cambiando il respiro.
L’università oltre le sbarre
Quella trasformazione, lenta come il gocciolio dell’acqua nella notte, lo ha portato a un gesto che sembra impossibile per chi vive da decenni dietro un cancello blindato: studiare, studiare davvero, con il rispetto che meritano le cose che salvano.
Si è iscritto all’Università di Parma, ha affrontato esami, manuali, domande, ha lottato contro i limiti di una vita che di normale non ha più nulla. E alla fine ce l’ha fatta:
laurea in Scienze dell’Educazione e dei Processi Formativi, 110 e lode.
Un voto che non cancella le ferite, ma che racconta un’altra storia: quella di un uomo che ha trovato nella conoscenza un’ancora, un argine, un senso.
La sua confessione, rifatta cuore
Queste sono le sue parole, riscritte per restituirne l’anima:
«Ho vissuto per anni credendo che la forza fosse l’unico linguaggio possibile.
Ho confuso il terrore per rispetto, la violenza per identità.
Poi il carcere mi ha tolto tutto: rumore, compagnia, distrazioni.
Mi ha lasciato solo con me stesso.
È lì che i libri hanno cominciato a parlarmi.
Mi hanno chiesto conto di ogni ferita che avevo lasciato in giro.
Mi hanno mostrato l’uomo che ero e quello che avrei potuto essere.
Non so se potrò mai riparare ciò che ho spezzato.
Ma so che oggi, tra queste pareti, sto imparando a guardare la mia vita senza più mentire.»
Una rinascita che non fa rumore
Non c’è spettacolo, non c’è clamore, non c’è redenzione esibita.
C’è solo un uomo invecchiato dentro un cubicolo di ferro, che negli ultimi trent’anni ha scoperto che il male che fai non smette mai di parlarti… ma anche che puoi scegliere di ascoltare finalmente una voce diversa.
La letteratura non gli ha restituito il mondo.
Gli ha dato, però, qualcosa di più fragile e più immenso:
la possibilità di diventare qualcuno che il giovane Gianfranco Ruà non avrebbe mai riconosciuto.

