A sette anni di distanza da un incidente sul lavoro avvenuto nel cuore della Sila, arriva una sentenza che chiude – almeno sul piano giudiziario – una vicenda che ha segnato una comunità del Cosentino. Un operaio di 54 anni perse la vita il 21 febbraio 2018 mentre era impegnato in attività lavorative in zona montana; oggi il datore di lavoro è stato condannato dal tribunale competente.
L’operaio stava operando in condizioni che i giudici hanno ritenuto non conformi agli standard di sicurezza previsti dalla normativa. La sentenza, arrivata al termine di un processo durato anni, riconosce una responsabilità datoriale nella mancata adozione di misure idonee a prevenire l’incidente mortale.
Il dispositivo del verdetto, emesso oggi, interviene su una vicenda che ha visto nel tempo lo svolgimento di perizie tecniche, audizioni di testimoni e approfondimenti sull’organizzazione del lavoro in quel cantiere. Il cuore del procedimento ha riguardato la valutazione delle misure di prevenzione adottate, dei dispositivi di protezione individuale messi a disposizione e della formazione del personale.
La condanna del datore di lavoro – la cui entità è stata definita nel dettaglio dal tribunale – rappresenta, per i familiari della vittima, un riconoscimento di responsabilità dopo anni di attesa. Allo stesso tempo, il caso riporta al centro il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro in Calabria, in particolare nei contesti più isolati come quelli montani, dove controlli e verifiche risultano spesso più complessi.
Le organizzazioni sindacali e le associazioni che si occupano di prevenzione degli infortuni ribadiscono, alla luce di questa vicenda, la necessità di rafforzare la cultura della sicurezza, potenziando ispezioni, formazione e investimenti nelle dotazioni di protezione. La Sila, spesso raccontata come luogo di grande bellezza naturalistica, torna così – purtroppo – nelle cronache per una storia di lavoro e responsabilità che interroga l’intero sistema produttivo regionale.

