Gino Paoli, la voce inquieta che ha cambiato per sempre la canzone italiana

Con la morte di Gino Paoli si chiude una delle stagioni più alte e più intime della musica italiana. Paoli, nato a Monfalcone il 23 settembre 1934 e cresciuto a Genova, è stato uno dei grandi protagonisti della scuola genovese e uno degli autori che hanno trasformato la canzone da semplice intrattenimento a forma di racconto interiore, poetico e adulto. La sua scomparsa, avvenuta nella notte tra il 23 e il 24 marzo, lascia un vuoto enorme nella cultura italiana.

Fin dagli inizi, la sua storia artistica si intreccia con quella di una generazione irripetibile. Dopo essersi dedicato anche alle arti grafiche e visive e aver svolto vari lavori, Paoli cominciò a scrivere e cantare quasi per caso, trovando presto una voce personale dentro quel laboratorio straordinario che sarebbe diventato la “scuola genovese”, accanto a nomi come Luigi Tenco e Bruno Lauzi. In quella stagione nacque un modo nuovo di fare canzoni: meno enfatico, più vero, più letterario, più vicino alle fragilità della vita quotidiana.

I primi successi arrivarono all’inizio degli anni Sessanta e bastarono a far capire che non si trattava di un autore come gli altri. Brani come “La gatta”, “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”, “Che cosa c’è” e più tardi “Sapore di sale” entrarono subito nell’immaginario collettivo italiano. “Il cielo in una stanza”, in particolare, divenne un classico assoluto: scritta da Paoli e portata al successo da Mina nel 1960, segnò una svolta decisiva nella canzone italiana per intensità emotiva, essenzialità e modernità espressiva.

Paoli non scriveva semplicemente canzoni d’amore. Scriveva il desiderio, la mancanza, l’ambiguità dei sentimenti, la libertà, il rimpianto. La sua forza stava tutta lì: in una scrittura capace di sembrare semplice e invece profondissima. Con lui la canzone italiana diventò più adulta, più sfumata, meno retorica. Per questo viene considerato uno dei padri della canzone d’autore nel nostro Paese.

La sua vita personale fu intensa, complessa, spesso tormentata quanto le sue canzoni. Nel 1963 tentò il suicidio sparandosi al petto; sopravvisse, e quel colpo rimase uno degli episodi più drammatici della sua esistenza. Da allora la sua figura pubblica rimase segnata da un’inquietudine profonda, mai esibita come posa ma sempre vissuta come tratto autentico del suo carattere e della sua arte.

Anche la sua vita sentimentale ebbe grande rilievo pubblico. Paoli ebbe una relazione con Ornella Vanoni, musa e interprete di una stagione cruciale della canzone italiana, e una storia con Stefania Sandrelli, da cui nacque la figlia Amanda Sandrelli. Negli anni successivi costruì una famiglia stabile con Paola Penzo, sua compagna e poi moglie dal 1991, con cui ha avuto altri figli. Le fonti più recenti parlano di una famiglia allargata e di cinque figli complessivi, segno di una vita privata ricca, non lineare, vissuta sempre fuori dagli schemi più convenzionali.

Dopo l’esplosione dei primi anni Sessanta, la sua carriera non si fermò. Negli anni Settanta tornò con lavori come “I semafori rossi non sono Dio” e “Il mio mestiere”, che mostrarono una scrittura più matura, più riflessiva, capace di raccontare il tempo che passa senza perdere intensità. Negli anni Ottanta consolidò ulteriormente la propria fama con nuovi album e tournée di successo, continuando a essere una figura centrale della musica italiana.

Paoli fu anche un autore capace di attraversare le generazioni. Le sue canzoni vennero reinterpretate da grandi artisti italiani e stranieri, continuarono a vivere nel cinema, nei concerti, nei recital, nelle raccolte e nelle collaborazioni. Nel corso dei decenni ricevette importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Tenco nel 1974, una Targa Tenco nel 1984, il premio per il miglior testo a Sanremo 2002 con “Un altro amore” e il Premio alla carriera al Festival di Sanremo nel 2004. Anche in età avanzata continuò a pubblicare, collaborare e raccontarsi, fino al libro autobiografico del 2023 “Cosa farò da grande. I miei primi 90 anni”.

C’è poi un capitolo meno noto ma importante della sua biografia: quello politico. Nel 1987 venne eletto alla Camera dei deputati nelle liste del Partito Comunista Italiano, esperienza che si concluse nel 1992. Fu una parentesi significativa, anche se non centrale quanto la musica, e confermò il suo desiderio di intervenire nella vita pubblica non soltanto come artista ma anche come cittadino.

Negli ultimi anni Gino Paoli era diventato, sempre di più, un monumento vivente della canzone italiana. Non solo per i brani immortali, ma per ciò che rappresentava: una certa idea della musica come verità, come confessione, come pudore. Non gridava quasi mai. Non aveva bisogno di farlo. Bastava una frase, una melodia, una pausa. Ed era subito riconoscibile.

Raccontare oggi Gino Paoli significa raccontare una parte dell’Italia migliore: quella che sapeva trasformare il sentimento in stile, la fragilità in arte, la malinconia in bellezza. Se “Il cielo in una stanza” e “Sapore di sale” continuano a emozionare dopo decenni, è perché dentro quelle canzoni non c’è soltanto un autore di talento: c’è un uomo intero, con le sue ferite, i suoi amori, le sue cadute, la sua eleganza e il suo mistero. Ed è proprio per questo che Gino Paoli non appartiene solo alla storia della musica. Appartiene alla memoria sentimentale del Paese.

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