di Danilo Aloe*
Ci sono morti che appartengono alla cronaca.
E ce ne sono altre che, prima ancora di essere raccontate, chiedono di essere interrogate.
Una di quelle domande che fanno male perché non possono essere archiviate insieme alle notizie di cronaca del giorno dopo.
Antonio aveva 33 anni, quattro figli e una vita costruita sul sacrificio.
È stato aggredito e la sua vita si è spezzata dentro una notte che avrebbe dovuto essere soltanto una notte d’estate.
Ma dietro questa morte c’è qualcosa che va oltre il fatto criminale.
C’è una domanda che riguarda noi.
Che cosa sta accadendo ai nostri ragazzi?
Non basta parlare di violenza giovanile come se fosse una categoria astratta. Occorre avere il coraggio di guardare dentro il fenomeno. Perché quando i giovani arrivano a fronteggiarsi a muso duro, quando l’insulto diventa provocazione, la provocazione diventa sfida e la sfida diventa aggressione, qualcosa si è già rotto molto prima del primo pugno.
Si è rotto il senso del limite.
Si è smarrito il valore della vita dell’altro.
Si è trasformata la rabbia in identità e la prepotenza in una forma distorta di affermazione di sé.
È anche una questione antropologica, prima ancora che criminale. L’uomo ha sempre conosciuto il conflitto, ma le società hanno costruito nel tempo strumenti culturali per contenerlo: la parola, l’educazione, il rispetto, la vergogna, il senso della comunità, persino la capacità di arretrare davanti all’idea di poter fare del male.
Oggi, troppo spesso, arretrare viene percepito come debolezza. Chiedere scusa come umiliazione.
Vincere, invece, significa dominare.
È una mutazione culturale pericolosa, perché insegna ai più giovani che la propria dignità debba essere difesa con la forza e che l’altro, quando ostacola il proprio ego, possa diventare un nemico.
E così una parola pronunciata male può diventare un affronto. Un’occhiata può diventare una provocazione. Una discussione può trasformarsi in una prova di forza.
Fino al punto in cui un ragazzo colpisce un altro ragazzo senza comprendere — o senza riuscire più a comprendere — che dall’altra parte non c’è un avversario da abbattere, ma una vita.
Forse il dramma più grande è questo: la progressiva incapacità di riconoscere l’umanità dell’altro.
E allora la domanda non può essere rivolta soltanto alle forze dell’ordine o alla magistratura, che dovranno fare pienamente il proprio dovere.
La domanda riguarda le famiglie, la scuola, la politica, le istituzioni, gli educatori. Riguarda una società intera che troppo spesso si accorge dei propri ragazzi soltanto quando finiscono nelle pagine della cronaca.
Dobbiamo tornare ad educare al limite, alla responsabilità, alla sconfitta, al rispetto.
Dobbiamo insegnare che non tutto ciò che ci ferisce merita una risposta e che non ogni rabbia deve necessariamente diventare violenza.
Perché la civiltà comincia esattamente lì: nel momento in cui siamo capaci di fermare la nostra mano prima che possa ferire qualcun altro.
La morte di Antonio lascia soprattutto una famiglia, quattro bambini e un dolore che nessuna sentenza potrà mai cancellare.
E lascia noi con una sensazione difficile da confessare: quella di essere disperati davanti alla facilità con cui la vita può essere distrutta.
Ma disperazione non deve significare rassegnazione. Anzi.
Forse dobbiamo partire proprio da questa morte per pretendere una rivoluzione silenziosa: tornare a considerare la vita dell’altro sacra, la violenza una sconfitta e la forza non come la capacità di colpire, ma come quella — infinitamente più difficile — di fermarsi.
Per Antonio, per i suoi figli.
E per tutti quei ragazzi che ancora possono essere salvati prima che la rabbia diventi il loro unico linguaggio.
- (Avvocato, Componente Service Cittadino e Istituzioni Kiwanis Distretto Italia- San Marino)

