Tra il 1935 ed il 1937 sull’asse Berlino-New York si provò la prima telediffusione. Test d’immagini erano propagate via etere nella meraviglia più totale. In quell’epoca molti paesi italiani erano ancora senza corrente elettrica! Ma è nel 1950 che la magia irradiata prende corpo e si sviluppa pian piano in tutta Europa. Esattamente 70 anni fa, nel gennaio del 1954, nasceva in Italia la Televisione. Le trasmissioni allora vestivano di bianco e nero e sulla rete unica dell’EIAR, l’odierna RAI, il giorno d’esordio, subito dopo capodanno, la programmazione si concluse con una rubrica che in pochi anni diventò la mitica Domenica Sportiva. L’avvento del cinescopio casalingo rappresentò per il popolo il segno più evidente della rinascita di un paese che, appena dieci anni prima, era stato frantumato sotto le bombe del secondo conflitto mondiale. In quei tempi pochissimi fortunati potevano permettersi il lusso di possedere un apparecchio televisivo, cosicché nei paesi si prese l’abitudine di visitare le case dei notabili: il medico condotto, il farmacista, il parroco.
Questi ultimi, in genere, accoglievano orgogliosi chiunque chiedesse loro di toccare il progresso nascente, il miracolo dei miracoli. Si riempivano perciò i pochi salotti e bar video-forniti. La gente portava da casa la sedia, indossava in genere il vestito della domenica a segnalare l’evento mondano cui andava incontro. Fu subito gloria nazionale il quiz del giovedì sera, presentato da un giovanissimo Mike Buongiorno che, con Lascia o Raddoppia, unì un Paese desideroso d’amare. La Televisione fornì subito alla gente comune una possibilità di transfert; i colti e ricchi campioni del quiz divennero presto rappresentanti di un sentitissimo desiderio di rivalsa nei confronti della povertà e dell’ignoranza allora dilaganti. Questa sorta di panacea riscaldava gli animi come il braciere, e più di esso riusciva ad accorpare, integrare una comune identità popolare. Cosicché, il desiderio esplosivo di possedere un televisore fece crescere il numero d’abbonati, in soli cinque anni, da poche centinaia al 1.700.000 del 1959. In quell’anno la RAI trasmise per 3000 ore, equivalenti quasi ad otto ore giornaliere. Gli Italiani, in un tempo stantio e povero, si riscoprirono d’un tratto desiderosi, entusiasti: si viveva con animo più leggero attendendo il sempre regalato e magnifico giovedì sera. I pesanti televisori a valvole aprivano lo sguardo altrove, straripando gli argini, portando il mondo in casa.
Da allora milioni di personehanno calcato la scena di un mondo sempre meno immaginato e più tecnologico, ma il fascino del divo e del campione è sopravvissuto ad ogni tentativo di disanimare. Così il piccolo schermo iniziò a fare amare inverosimilmente lo sport, che un artificio psicologico dello spettatore rendeva tramite della sua vittoria perché rappresentato in nome del tifo, in un quotidiano vivere parco d’ogni altra soddisfazione. Non a caso nei ceti medio-bassi scoppiò più ardentemente questo pathos visivo, in un contesto in cui gli uomini riuscivano poco ad entrare nel fatto, bastava loro
confondersi nella competizione sportiva che fantasticamente simulava la gara della vita.
Così gli ardimentosi Coppi e Bartali, i geniali Pelè e Sivori, gli spettacolari Nuvolari e Fangio regalavano vittorie “corporali”, immediatamente fruibili e assolutamente visibili senza alcuna necessità di difficili interpretazioni intellettuali. L’arte estrema di De Filippo, chiara e popolare, si traduceva in moti spontanei dello spirito senza alcuna metabolizzazione culturale: scroscianti risate erano provocate dall’estro comico dei fantastici Totò e Peppino, mentre lacrime e singhiozzi si pativano nei drammatici idilli teatrali di Edoardo padre, marito, fratello di tutto e tutti. Il melodramma visse il suo periodo trionfale perché forse il sentimento limite rappresentato convinceva di quell’amore forte e totale che gli Italiani di allora covavano dentro per una non voluta forza di rimozione di decenni vissuti schiavi di un regime che inveiva contro il sentimento, provocando un addensarsi di passioni nei meandri sepolti dell’anima. “L’amore” è così divulgato e indotto per tramite di commedie palpitanti e i mitici film di Amedeo Nazzari. Il processo di identificazione si faceva poi più intrigante nel mondo dello spettacolo, nel quale i divi del momento dettavano modelli di forma e di pensiero.
L’Italia del boom economico cominciò così a “cantar leggero”, emulando i sempre sorridenti Morandi e Ranieri, si affacciò all’eros da esporre ammirando Patty Pravo, toccò il mondo della provocazione con la scalza Sandy Show, imparò a desiderare la corporea bellezza delle prime gambe nature delle Kessler. Il fascino trasudante della femminilità delle soubrette e “vallette” invase le case attraverso la straordinaria professionalità di gente come Delia Scala e Raffaella Carrà. Questi spettacoli televisivi ben presto furono denominati SHOW, a descrivere l’evanescenza di un prototipo estetico assai affascinante ma palesemente irreale. I critici informati di sociologia e psicologia intravidero subito in essi il pericolo dell’offerta di stimoli prevalentemente standardizzanti e consumistici. È la televisione occidentale, quella manipolata dal sistema capitalistico e che i Professori non tardarono ad etichettare come “TV spazzatura”.
Vale la pena qui soltanto accarezzare il discorso sulla “responsabilità” riportando le parole di G. Friedman: ”I mass media sono ricchi di un potenziale positivo e negativo, e moltissimo, se non tutto, dipende dal modo in cui essi sono usati”. Sino alle contestazioni sessantottine che aprirono la porta a ciò che si sviluppò per tutti gli anni Settanta. I ragazzi esplosero l’energia della vita distruggendo barriere limitative di ogni genere e sporgendosi al mondo intero. Non a caso cinquant’anni fa la musica “straniera” invase l’Italia, portando con sé moti emozionali diversi. È l’epoca dei complessi o gruppi musicali a modello di un desiderio di farcela insieme. In televisione spopolano i Beatles e i Rolling Stones, i primi composti e belli, i secondi bruttini e più audaci.
È il periodo dei primi nudi e delle emittenti private. Nacque poi lo zapping ottantottino, segno di un vuoto transitorio, in cui i programmi CULT mancavano quasi del tutto, anche il Festival della Canzone Italiana di Sanremo in quegli anni cadde clamorosamente. Dilagò la passione per i film d’azione, horror e per quegli erotici. Interminabili nottate si trascorrevano attaccati al video nell’attesa che il proibitivo si manifestasse di colpo. Sino ai giorni nostri. La televisione è sempre lì, moltiplicata nelle case, compagna di riposo, di sonno, ma anche mezzo d’informazione totale. A lungo come a Bruxelles si conosce oggi lo stato di salute del globo, universali sono diventati modelli un tempo settoriali, cosicché nelle Soap internazionali i personaggi si assomigliano e si confondono; in Beautiful come in Vivere ci si veste allo stesso modo, si ama e si tradisce parimenti. In un mondo ora di tutti. Grazie alla Televisione tutti sono stati a S. Pietro in occasione dell’apertura della Porta Santa, tutti hanno vissuto le diverse atmosfere augurali di ogni parte del cosmo per il saluto al nuovo secolo.
Per fortuna, comunque, esiste ancora chi il televisore lo guarda vicino al focolare, con lo scialle in testa, a dimostrazione che la forza della vita e della natura sovrasta l’incitamento al progresso a tutti i costi: progredire, infatti, non significa soltanto mutare, ma nella sua accezione più nobile esso dovrebbe soltanto coprire un giaciglio radicato e consolidato, l’uomo e la natura, e su di esso stendere coltri di perfezionamento, di miglioramento.
È quindi forse bene avere un rapporto amicale con quanto ci propina il piccolo schermo, non bisogna però invaghirsene, mantenendo vigile attenzione e forte spirito critico. Tutto noi ci auguriamo che la compagna di tanta solitudine venga rimanipolata da una classe politica veramente riformatrice, capace di potenziare i programmi informativi del sociale, della politica e della scienza. Buona visione ancora.
Fonte Rai News

