Corte d’appello di Catanzaro, tredici gennaio 2001: il Procuratore Generale, Domenico Pudia, analizza impietosamente la grave situazione in cui versa il Cosentino. “E’ con grande stupore che ho appreso dagli organi di informazione – afferma l’alto Magistrato difronte all’affollata platea di giudici e uomini politici – che il mito di una Cosenza come ‘isola felice’ sarebbe stato infranto da recenti e ripetuti fatti omicidiari di cui sono state vittima noti pregiudicati per crimini mafiosi. Il mito è appunto da considerarsi tale. Perchè in Calabria non vi sono ‘isole felici’. Perchè è noto a tutti gli operatori che l’intera provincia di Cosenza e il capoluogo in particolare, sono stati interessati per anni da gravissimi fatti di criminalità organizzata e la stessa città, fin dal 1976, è stato teatro di rapine, estorsioni, attentati che hanno mortalmente coinvolto ignari e innocenti passanti, e di scontri armati fra bande rivali anche all’interno delle carceri. Un Direttore della Casa Circondariale è stato assassinato e si sono verificati innumerevoli episodi di lotta armata indicati nelle cronache giudiziarie e negli atti di vari maxiprocessi come guerre di mafia. Sono stati brevi ed eccezionali i periodi di tregua – conclude Pudia – dovuti molto verosimilmente a mere necessità riorganizzative concepite, dopo le decimazioni operate dagli stessi e ancor più dalle guerre, attraverso nuove alleanze e nuovi reclutamenti”.
I cosentini, per decenni, hanno vissuto convinti che la criminalità organizzata non esistesse. Pensavano che nella loro città circolassero solo malavitosi sprovveduti e ignoranti, bravi a rubare qualche auto, rapinare agenzie bancarie, svaligiare gioiellerie. Neppure quando, nei terribili anni ’80, i boss cominciarono a compiere agguati in ogni angolo dell’area urbana, i rappresentanti istituzionali sentirono il dovere civico di mettere in guardia la comunità dal pericolo che incombeva. Nelle carceri i gangster avevano stretto patti con mafiosi reggini e camorristi napoletani, mutuando dalle peggiori consorterie criminali meridionali modelli organizzativi, stile e ferocia. A prevedere per primo la trasformazione della malavita in ‘ndrangheta fu il sociologo Pino Arlacchi. Nel 1981, durante un convegno organizzato da Magistratura democratica e dal Siulp, lo studioso calabrese affermò “In mancanza di un’adeguata strategia di lotta, e in mancanza di un’azione volta a rimuovere le cause strutturali dell’emergere del potere gangsteristico, la tentazione di un’alleanza organica tra i settori più spregiudicati dell’elite politica ed i gruppi gangsteristici più potenti diverrà sempre maggiore. Per i leaders criminali questa potrebbe essere l’occasione d’imporre dall’alto quella legittimazione della propria presenza che non riescono ad imporre dal basso.
Fonte I SEGRETI DEI BOSS
Storia della ‘ndrangheta cosentina
di ARCANGELO BADOLATI

