PALERMO – Negli anni più bui della guerra di mafia che insanguinò la Sicilia, il suo nome incuteva timore persino all’interno di Cosa Nostra. Giuseppe Lucchese, conosciuto con i soprannomi di “Lucchiseddu” e soprattutto “Occhi di ghiaccio”, è stato indicato da collaboratori di giustizia e ricostruzioni processuali come uno dei più spietati killer della stagione del dominio corleonese.
Nato a Palermo il 2 settembre 1958 e cresciuto nei quartieri di Ciaculli e Brancaccio, Lucchese entrò giovanissimo nell’organizzazione mafiosa, distinguendosi per la sua assoluta fedeltà ai vertici guidati da Totò Riina e Bernardo Provenzano. Durante la seconda guerra di mafia degli anni Ottanta divenne uno dei componenti delle squadre di fuoco incaricate di eliminare gli avversari della fazione vincente.
Il soprannome “Occhi di ghiaccio” gli sarebbe stato attribuito per il suo sguardo freddo e impassibile, una caratteristica ricordata in diverse testimonianze rese nel corso dei processi. Secondo quanto emerso da sentenze definitive e dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, Lucchese avrebbe preso parte a decine di omicidi che hanno segnato la storia criminale della Sicilia.
Il suo nome è stato associato alla stagione di sangue che portò all’eliminazione di boss rivali come Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, nel contesto della strategia adottata dai corleonesi per conquistare il controllo assoluto di Cosa Nostra. La sua fama all’interno dell’organizzazione crebbe rapidamente, alimentata dalla reputazione di uomo capace di eseguire gli ordini senza esitazioni.
Un passaggio decisivo nella sua ascesa criminale fu rappresentato dall’omicidio di Giuseppe Greco, detto Scarpuzzedda, avvenuto nel 1985. Greco, uno dei più noti sicari dell’organizzazione, era entrato in contrasto con i vertici corleonesi. Dopo la morte di Vincenzo Puccio, altro esponente di primo piano vicino a Riina, Lucchese avrebbe assunto un ruolo sempre più rilevante nel mandamento di Ciaculli-Brancaccio, diventando una figura influente nel panorama mafioso palermitano.
Le sentenze emesse nei suoi confronti gli hanno attribuito responsabilità per associazione mafiosa e numerosi omicidi, portando a diverse condanne all’ergastolo. Il suo nome compare inoltre nelle indagini che hanno cercato di ricostruire la strategia stragista di Cosa Nostra e la lunga scia di violenza che caratterizzò gli anni del predominio corleonese.
Gli investigatori lo hanno descritto come uno dei più pericolosi uomini d’onore della sua generazione. Meno noto, invece, è il suo passato sportivo: prima che la sua figura emergesse nelle cronache giudiziarie, Lucchese praticò arti marziali e avrebbe ottenuto risultati di rilievo nella kickboxing, sviluppando una preparazione fisica che contribuì ulteriormente alla sua fama.
Dopo anni di latitanza, Giuseppe Lucchese venne arrestato il 1° aprile 1990. Al momento della cattura era considerato uno dei boss emergenti più importanti della mafia palermitana. Da allora è detenuto e ha accumulato numerose condanne definitive all’ergastolo.
Contrariamente a quanto talvolta riportato in maniera errata, non risulta deceduto. Le informazioni giudiziarie disponibili lo indicano ancora in vita e ristretto in carcere.
La sua vicenda rappresenta uno dei simboli più oscuri della stagione mafiosa degli anni Ottanta e Novanta: un periodo in cui la guerra interna a Cosa Nostra provocò centinaia di morti, modificando profondamente gli equilibri criminali in Sicilia e lasciando un segno indelebile nella storia del Paese.


