IL BLITZ

Il gruppo investigativo antimafia della Mobile cosentina, diretto dal commissario Stefano Dodaro, lavora per mesi silenziosamente. Imbottendo di “cimici” le auto di alcune persone sospette, scopre che la ‘ndrangheta locale si è ormai completamente riorganizzata. All’alba del 19 luglio duemila, i poliziotti fermano dodici persone con l’accusa di far parte di un’associazione mafiosa che traffica la droga e compie estorsioni. I detective (7) ascoltano per settimane tutti i colloqui degli

indagati. Leggendo le trascrizioni delle intercettazioni, il pm Eugenio Facciolla intuisce la gravità della situazione. Il magistrato si convince che esiste una ‘ndrangheta diffusa sul territorio con una precisa direzione strategica e stragista che ha fidelizzato nuove leve e ricompattato vecchi legami e alleanze sia in città che in provincia. Non si può più aspettare: occorre agire tempestivamente per impedire la consumazione di gravi delitti.

Facciolla e Dodaro, in poche ore, decidono di dare scacco matto alla criminalità ordinando una raffica di arresti. Nel convalidare dieci dei dodici fermi disposti dalla Dda, il gip cosentino Loredana De Franco conferma l’allarmante situazione descritta con puntualità dal collega:

«Che il comprensorio di Cosenza – scrive – versi in un diffuso e preoccupato allarme sociale è evincibile dai reiterati efferati delitti che dal gennaio ’99 lo hanno insanguinato, nell’ambito di una violenta strategia finalizzata da un lato all’eliminazione di potenziali nuovi gruppi emergenti (clan Bruni) ed al contempo alla massimizzazione dell’attività crimino-imprenditoriale mafiosa. Le estorsioni vengono consumate a tappeto verso ogni attività produttiva di guadagni».

La procura distrettuale ritiene che le cosche cittadine si siano confederate. Per essere ancora più forti e evitare di ripetere errori già fatti in passato. Dall’inchiesta “Squarcio” emergono i ruoli di due persone: Ettore Lanzino, condannato per associazione mafiosa e un tempo vicino a Franco Pino, guiderebbe i picciotti rimasti fedeli a Gianfranco Ruà; Vincenzo Dedato, infine, svolgerebbe il ruolo di “contabile”, raccogliendo gl’incassi e gestendo i bilanci delle due ‘ndrine. Si tratta, naturalmente, di accuse tutte da provare. Gl’indagati si protestano innocenti e le gravi imputazioni

dovranno trovare riscontri dibattimentali. Dal carcere in cui è ristretto in regime di 41 bis Ruà, attraverso i suoi difensori, fa sapere di non sapere nulla di questa storia dei “nuovi clan”. «Il nostro assistito – affermano gli avvocati Nini Feraco e Luigi Cribari – è detenuto da anni, sta espiando le pene inflittegli e vive soggetto al regime di carcerazione differenziata. Non può dirigere alcuna associazione mafiosa e incontra i suoi familiari una volta al mese>>.

E’ un uomo che per provare la sua innocenza non ha certo paura di rimanere dietro le sbarre.

Tratto da “I SEGRETI DEI BOSS”

di Arcangelo Badolato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *