Reggio Calabria si ritrova in vetta a una classifica che nessuno vorrebbe guidare: è la provincia italiana con il più alto numero di crimini legati all’agroalimentare. Un primato amaro che accende i riflettori su un fenomeno tanto insidioso quanto radicato, quello dell’agromafia, capace di inquinare l’intera filiera del cibo, dal campo alla tavola.
Le organizzazioni criminali hanno ormai messo radici profonde nel settore agricolo, infiltrandosi nei mercati ortofrutticoli, nel trasporto, nella distribuzione e persino nella certificazione di qualità. Il tutto con metodi mafiosi: intimidazioni, racket, truffe, sofisticazioni alimentari e frodi ai danni dello Stato e dei consumatori.
Nel reggino, l’agricoltura è spesso stretta nella morsa del controllo mafioso: aziende costrette a versare il pizzo, imprenditori minacciati o messi da parte se non collaborano, prodotti alimentari contraffatti o spacciati per tipici. Il risultato è un sistema che danneggia l’economia sana, soffoca la concorrenza leale e mette a rischio la salute dei cittadini.
Oltre al danno economico, c’è una ferita sociale: i giovani agricoltori che provano a investire nella propria terra si trovano spesso soli, senza strumenti né protezione. E la paura, in molte aree, è ancora un silenzioso alleato dell’illegalità.
Di fronte a questo scenario, emerge la necessità di un’azione coordinata e decisa. Servono controlli più stringenti, sostegno concreto alle imprese oneste e una cultura della legalità che parta dal basso, dalle scuole, dalle famiglie, dalle associazioni. Reggio Calabria non può e non deve essere ricordata per questo triste primato: ha le risorse, le persone e il coraggio per invertire la rotta.

