L’inchiesta sull’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci continua a delineare uno scenario di estrema gravità, fatto di arresti, intercettazioni e di un possibile livello organizzativo che va ben oltre il gesto di semplici esecutori.
L’attentato risale alla notte del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report, a Pomezia. L’esplosione distrusse l’auto di Ranucci, quella della figlia e danneggiò il muro di cinta della casa. Solo il caso ha evitato conseguenze ben più drammatiche.
Nei giorni scorsi la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha ottenuto l’arresto di quattro persone, accusate, a vario titolo, di detenzione e utilizzo di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe avuto ruoli differenti nella preparazione e nell’esecuzione dell’attentato, mentre resta ancora aperta la ricerca dei mandanti.
Tra i nomi emersi nell’inchiesta figurano Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone, Luca Amato e Marika De Filippis. Le intercettazioni riportate negli atti dell’indagine raccontano dialoghi inquietanti. In una conversazione compare la frase: «Facciamo la storia», mentre in un’altra si parla apertamente dell’esplosione e del ruolo svolto dal gruppo. Gli investigatori ritengono che tali conversazioni rappresentino elementi significativi per ricostruire la dinamica dei fatti e gli eventuali collegamenti con chi avrebbe commissionato l’azione.
Successivamente è emerso anche il nome dell’imprenditore ed ex giornalista Valter Lavitola, oggi indagato dalla Procura di Roma con l’ipotesi di aver avuto un ruolo nella presunta organizzazione dell’attentato. Si tratta di un’accusa che dovrà naturalmente essere verificata nel corso del procedimento giudiziario e rispetto alla quale vale pienamente il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Sigfrido Ranucci vive sotto scorta da anni per le numerose minacce ricevute in relazione alle sue inchieste giornalistiche. Già nel 2024 erano stati rinvenuti alcuni proiettili davanti alla sua abitazione, episodio che aveva fatto crescere ulteriormente il livello di attenzione sulla sua sicurezza. L’attentato rappresenta, secondo lo stesso giornalista, un salto di qualità nell’attività intimidatoria nei suoi confronti.
Al di là dell’esito delle indagini, resta un dato incontestabile: colpire un giornalista con un ordigno significa tentare di colpire la libertà di informazione. In democrazia le inchieste possono essere contestate, smentite o criticate, ma non possono mai essere contrastate con la violenza.
Sarà la magistratura a stabilire responsabilità e moventi. Fino ad allora è doveroso rispettare il lavoro degli investigatori e il principio di presunzione di innocenza. Ma è altrettanto doveroso ribadire che nessuna bomba potrà mai far esplodere il diritto dei cittadini a essere informati.

