Cosenza, tra inquietudini del presente e speranze di rinascita.

di Danilo Aloe*

Cosenza non è soltanto una città. È una memoria collettiva, un’eredità culturale che attraversa i secoli, una comunità che ha saputo nei momenti migliori incarnare davvero quell’appellativo nobile e raffinato di “Atene della Calabria”.
Chi vi è nato, chi la vive ogni giorno, chi ne percorre le strade del centro storico o osserva il Crati al tramonto, avverte oggi una sensazione contrastante: da un lato l’orgoglio per una terra ricca di storia, cultura e intelligenze; dall’altro una crescente inquietudine per un disagio sociale che appare sempre più evidente.

Le cronache recenti raccontano di aggressioni, episodi di violenza urbana, tensioni nei quartieri, criminalità diffusa, degrado percepito e paura crescente tra cittadini e commercianti. Le aree nevralgiche della città — dal centro storico alle zone vicine all’autostazione — sembrano vivere una stagione difficile, nella quale l’insicurezza non è più soltanto un dato statistico ma una percezione quotidiana che modifica abitudini, relazioni e persino il modo di vivere gli spazi pubblici.

A questo si aggiunge un clima sociale più fragile: la crisi economica, la disoccupazione giovanile, l’emigrazione costante di talenti e professionisti, l’indebolimento dei presìdi culturali e aggregativi.

Eppure sarebbe profondamente ingiusto ridurre Cosenza alle sue criticità.

Cosenza resta una città dal patrimonio immenso: una delle identità storiche più forti del Mezzogiorno, un centro universitario vivo, un laboratorio culturale che in passato ha saputo produrre pensiero, arte, politica, letteratura e civiltà.

Il problema, dunque, non è l’assenza di potenzialità. Il problema è aver progressivamente smarrito una visione condivisa del futuro.

La sicurezza urbana non può essere affrontata esclusivamente con un approccio repressivo. Certamente servono controllo del territorio, presenza delle forze dell’ordine, videosorveglianza efficiente, contrasto alla microcriminalità e tolleranza zero verso violenza e illegalità.
Lo Stato deve essere presente e visibile.

Ma una città non diventa sicura soltanto perché è sorvegliata. Diventa sicura quando è vissuta.

Le piazze piene di famiglie, le strade animate dal commercio sano, i giovani coinvolti in attività culturali e sportive, gli spazi pubblici curati e restituiti alla collettività: tutto questo rappresenta il più potente antidoto al degrado.

Il centro storico di Cosenza, scrigno di memoria e identità, non può continuare ad essere percepito come periferia dell’anima cittadina.
Occorre un progetto di rigenerazione urbana che coinvolga residenti, istituzioni, università, associazioni e imprese.
Servono incentivi per riportare famiglie e attività economiche nel cuore antico della città; servono politiche abitative, recupero edilizio, mobilità efficiente, spazi culturali permanenti. E necessità non più procrastinabile appare l’esigenza di integrare e non marginalizzare chi in quei luoghi – da sempre – ha radicato abitudini.

Una città abbandonata genera marginalità. Una città curata, appartenenza.

Per tornare ad essere “Atene della Calabria”, Cosenza deve riscoprire la propria vocazione culturale non come memoria nostalgica, ma come progetto contemporaneo. E futuro.

La cultura è uno strumento di sicurezza sociale.
Dove esistono biblioteche aperte, teatri funzionanti, scuole vive, università integrate nel tessuto urbano, diminuisce il senso di isolamento che spesso alimenta disagio e violenza.

Bisogna investire sui giovani non come slogan, ma creando occasioni concrete per restare: lavoro, innovazione, start-up culturali, turismo intelligente, valorizzazione delle professioni e dell’artigianato identitario. Troppi ragazzi lasciano Cosenza non perché non la amino, ma perché temono di non potervi costruire un futuro.

Una responsabilità collettiva oggi ci impone al richiamo.

Le istituzioni devono, senza dubbio alcuno, fare la loro parte, ma anche la società civile deve recuperare il coraggio della partecipazione.
Servono cittadini presenti, professionisti capaci di mettere competenze al servizio del territorio, famiglie che tornino a sentirsi comunità.

Occorre superare quella rassegnazione silenziosa che spesso accompagna il dibattito pubblico meridionale: l’idea che alcune dinamiche siano inevitabili.

Questa città ha conosciuto epoche di splendore intellettuale e civile perché aveva una classe dirigente, culturale e sociale capace di pensare in grande. Oggi serve recuperare quella ambizione.

Cosenza non ha bisogno soltanto di essere amministrata. Ha bisogno di essere immaginata.

Immaginata come città europea del Sud, come capitale culturale calabrese, come luogo in cui sicurezza e bellezza possano convivere. Una città nella quale il patrimonio storico dialoghi con l’innovazione, nella quale il decoro urbano diventi rispetto per sé stessi, nella quale il senso civico torni ad essere orgoglio identitario.

La rinascita non avverrà in un giorno e non nascerà da un singolo provvedimento. Richiederà tempo, visione, investimenti e soprattutto amore autentico per il territorio.

Ma le città, proprio come le persone, riescono a rialzarsi quando riscoprono la propria anima.

E l’anima di Cosenza, nonostante tutto, continua ancora a battere.

Torniamo a splendere.

*(Avvocato, Componente Service Cittadino e Istituzioni Kiwanis Distretto Italia- San Marino)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *