RUBRICA: PENNE RIGHE E CALMA(R)I
di Maria Giovanna Santucci
Tra piazza del Gesù nuovo e San Domenico maggiore, c’è un monastero, quello di Santa
Chiara, un bellissimo esempio di arte gotica, un’area archeologica con resti di terme
romane, il Museo dell’Opera Francescana e, soprattutto, il celebre Chiostro Maiolicato
progettato nel XVIII secolo da Domenico Antonio Vaccaro. La cosa che maggiormente lo
caratterizza è la tranquillità che regna nel chiosco, un angolo di meditazione nel caos di
una città in continuo movimento come Napoli.
Nel chiostro sono rappresentanti scene della vita quotidiana e della natura. Si narra che le
anime del Purgatorio, in particolari notti dell’anno, visitino questo luogo in cerca di
preghiere per alleviare le loro sofferenze.
Il 4 agosto del 1943 durante un bombardamento la trecentesca Basilica di Santa Chiara fu
distrutta e poi ricostruita e riaperta al pubblico nel 1953.
A questa chiesa è legato un grande mistero: la morte della regina Giovanna I d’Angiò,
uccisa nel 1382 nel Castello di Muro da Carlo III di Durazzo. Purtroppo non venne data
degna sepoltura alla regina perché fu scomunicata dalla chiesa a causa dell’appoggio dato
all’antipapa Clemente VII. Si narra che le sue spoglie siano rimaste all’interno del
convento, da qui si aleggia la leggenda del suo fantasma. Pare che la sua esile figura si
aggiri per i vicoletti del centro, passeggia tenendo il capo chino.
Tra le tante leggende si racconta della sirena Partenope, affascinata dalla devozione e
dalla purezza delle suore di Santa Chiara, pare vegliasse sul monastero, proteggendolo
da tempeste e pericoli.
Ma anche lì, tra silenzi, preghiere e architetture austere, le monache del monastero di
Santa Chiara, creavano piccoli miracoli artigianali, fatti con una pazienza quasi
contemplativa. Mandorle avvolte in strati su strati di zucchero, girate in bassine di rame.
Lavoravano i confetti che disponevano in grandi caldaie, alimentate con fuoco di carbone,
fatte oscillare costantemente per evitare che le mandorle si attaccassero tra loro.
Occorrevano quattro giorni di lavorazione affinché lo zucchero formasse una patina
abbastanza spessa sopra la frutta secca. Un gesto ripetuto, umile, che diventava offerta.
Ma anche arte: fiori, grappoli, spighe, rosari e cestini di confetti legati con fili di seta.

