di Sergio Giannino Del Giudice
In queste ore vedo rimbalzare ovunque una frase attribuita a Francesco Cossiga per quando riguarda gli incidenti di Torino. E la cosa che mi colpisce non è nemmeno il contenuto: è il modo in cui viene usata.
C’è chi la pubblica come fosse un timbro di santità: “L’ha detto Cossiga, quindi è oro. Quindi è verità. Quindi zitti tutti.”
E no. Detto con rispetto: nessuna citazione è un catechismo, e nessun nome per quanto pesante trasforma un’opinione in una rivelazione.
Perché qui non stiamo discutendo di tifo. Stiamo parlando di fatti, di feriti, di responsabilità. E i fatti, quando fanno male, non hanno bisogno di incenso: hanno bisogno di onestà.
Essere umili nell’animo significa questo: smettere di usare le frasi come clave. Smettere di cercare un “padre nobile” per schierarsi senza pensare. Smettere di trasformare la politica in una religione, dove basta invocare un nome per sentirsi dalla parte giusta.
E allora sì, senza urlare e senza insultare: su Torino bisogna dirlo con chiarezza.
Se degli incidenti sono stati provocati da chi manifestava, la parola “manifestazione” non è una scusa e non è un salvacondotto. È un diritto, certo. Ma il diritto non cancella i doveri. E soprattutto non cancella la realtà.
Chi ama davvero la libertà di protestare dovrebbe essere il primo a pretendere che non diventi copertura per la violenza. Perché ogni vetrina spaccata, ogni lancio, ogni aggressione non “aiuta la causa”: la sporca. E alla fine il prezzo lo pagano sempre gli stessi: i cittadini, i lavoratori, chi era lì per far sentire una voce pulita e torna a casa con addosso la vergogna degli altri.
Il punto non è “sinistra” o “destra”. Il punto è un principio semplice, che dovrebbe stare sopra le bandiere:
se fai danni, rispondi dei danni.
Non con citazioni. Non con post indignati a comando. Con la responsabilità.
Ecco perché mi fa sorridere amaramente chi condivide frasi “autorevoli” come fossero ostie: non serve un santo in copertina. Serve coraggio dentro. Quello di dire, anche ai “propri”: no, così no.
Perché la maturità politica si vede proprio lì: quando smetti di giustificare tutto ciò che ti conviene, e inizi a chiamare le cose col loro nome.
E Torino, comunque la si giri, ha bisogno di verità. Non di liturgie.

