A tutti coloro che hanno preso parte – attivamente o passivamente – a quel vergognoso gruppo social in cui venivano condivise foto intime di donne ignare, spesso ritratte da mariti o compagni, è necessario precisare un ammonimento generale.
Siete complici, tutti, di una violenza.
Non si tratta di goliardia, non si tratta di trasgressione, e neppure certo di “condivisione tra adulti consenzienti”.
È una vera e propria violazione della privacy, abuso di fiducia e, nella sostanza più cruda, un atto di sopraffazione mascherato da esibizionismo.
Ostentare, commentare o anche solo guardare foto intime scattate senza consenso è un crimine, oltre che atto moralmente ripugnante.
Si diventa traditori di un’intimità concessa in fiducia, ed è bene chiarirlo che la condotta posta in essere non è né virile né audace, ma codarda e misera.
A chi ha guardato, riso o commentato: il vostro silenzio o compiacimento vi rende complici.
Siete parte di un branco digitale che si nutre di un effimero piacere che violenta l’altrui sensibilità.
A chi pensa di cavarsela dietro l’anonimato o l’alibi del “non era nulla di grave” sarebbe forse opportuno ricordare che la coscienza, prima o poi, presenta il conto.
A tutti i 32.000 va lasciato, di sicuro, un messaggio chiaro; non siete spettatori innocenti, siete parte del problema.
Servono voci maschili, ferme, libere e chiare.
Chi sceglie di non tacere, chi si schiera dalla parte della dignità e del rispetto non fa “solo il proprio dovere”: contribuisce in maniera attiva a cambiare quella cultura tossica che per troppo tempo ha normalizzato silenzio e complicità.
A loro va il mio rispetto.
Perché la lotta contro la violenza di genere – anche quella digitale – non è una battaglia delle donne contro gli uomini, ma delle persone perbene contro chi calpesta i diritti altrui.

