Roma, 27 novembre 2025 – La Calabria del vino si presenta nella Capitale e rilancia la sua ambizione di giocare un ruolo da protagonista sulla scena enologica italiana e internazionale, evocando l’orizzonte di una futura denominazione unitaria ispirata alla storia della Magna Grecia. A Roma, nel ristorante “Idylio” guidato dallo chef Francesco Apreda, Regione Calabria, Enoteca regionale e produttori hanno raccontato a giornalisti e operatori del settore un patrimonio vitivinicolo in forte crescita, che affonda però le sue radici in una tradizione millenaria.
L’occasione è stata una cena-degustazione dedicata ai vini calabresi, promossa nell’ambito delle attività di promozione che la Regione porta avanti sotto il brand “Calabria Straordinaria”, con l’obiettivo di rafforzare l’immagine unitaria delle etichette regionali sui mercati interni ed esteri. La scelta di Roma non è casuale: la Capitale è considerata uno dei contesti più dinamici per il consumo di vino e, al tempo stesso, una “seconda casa” per la numerosa comunità calabrese che vi risiede.
Nel pezzo firmato da Giulia Mancini per “Repubblica – Il Gusto”, il titolo “La Calabria del vino si presenta a Roma. Sognando la Doc Magna Grecia” sintetizza proprio questa aspirazione: dare, in prospettiva, un contenitore identitario forte alla produzione regionale, richiamando il legame storico con i coloni greci che chiamarono queste terre Enotria, la terra del vino. Va sottolineato, per correttezza, che al momento non risulta alcuna Doc “Magna Grecia” formalmente istituita o pubblicata in Gazzetta Ufficiale: si tratta di una formula evocativa e di un possibile scenario futuro, non di una denominazione già riconosciuta.
Nel racconto di Mancini, la Calabria viene descritta come una regione “lunga e stretta”, sintesi del Paese intero: coste bagnate da due mari, colline agricole e pastorizie, montagne appenniniche che custodiscono una biodiversità straordinaria. Qui il vino non è una moda recente, ma una presenza continua nella storia del territorio, al punto che la leggenda vuole che ai vincitori delle Olimpiadi dell’antichità venisse offerto proprio vino calabrese. Oggi quell’eredità si ritrova in bianchi, rosati, rossi, bollicine metodo classico e passiti, con una gamma che va dai vini macerati alle interpretazioni più moderne.
L’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, presente sia all’iniziativa romana sia nelle dichiarazioni raccolte da ANSA e Repubblica, ha ribadito la strategia di fondo: costruire una narrazione coerente e continua sulle tradizioni vitivinicole calabresi, facendo leva sulla qualità dei vini ma anche sulle radici culturali e sulla capacità di innovare. Roma è vista come “punto di partenza strategico”, ma lo sguardo è rivolto anche ai mercati internazionali, in particolare a quelli del Nord Europa, della Germania e della Francia, dove la Calabria intende consolidare la propria presenza attraverso le principali fiere di settore.
In questa logica si inserisce il fitto calendario di appuntamenti già programmato per il 2026. La Regione confermerà la partecipazione a eventi come ProWein e Wine Paris, rafforzerà la presenza al Vinitaly e porterà per la terza volta “Vinitaly and the City” a Sibari alla fine di luglio, trasformando la piana ionica in una vetrina enoturistica di rilievo. Inoltre, il Merano Wine Festival farà tappa a Cirò dal 6 all’8 giugno 2026, mentre sempre Cirò ospiterà, a fine marzo, la Sessione Rosé del Concours Mondial de Bruxelles, richiamando operatori e giornalisti da tutto il mondo.
Alla serata romana è intervenuto anche Gennaro Convertini, presidente dell’Enoteca regionale dei vini di Calabria, che ha ricordato come la regione sia una sorta di grande laboratorio naturale per la viticoltura mediterranea. Studi sul Dna delle viti selvatiche in corso sulle montagne calabresi confermano che, qui, la viticoltura della Magna Grecia si è incrociata con la vitis silvestris, generando una banca genetica di primaria importanza per affrontare le sfide del cambiamento climatico. In un futuro non lontano, ha spiegato, questa biodiversità potrebbe rivelarsi decisiva per individuare vitigni più resistenti alle nuove condizioni ambientali.
La mappa dei vitigni autoctoni citati negli articoli restituisce la ricchezza del vigneto calabrese: Gaglioppo, Greco Bianco, Mantonico, Magliocco, Pecorello, Guarnaccia, Calabrese, Greco Nero, Castiglione, fino ai metodi tradizionali di vinificazione come il celebre Moscato di Saracena, considerato un esempio emblematico di come storia, tecniche artigianali e territorio possano convivere in un bicchiere. I cosiddetti “campi catalogo” – collezioni di biotipi censiti e catalogati – testimoniano l’ampiezza di questa biodiversità: in uno di essi, nella Locride, sono stati raccolti circa 150 ecotipi, di cui una cinquantina con Dna ancora non identificato.
Al di là degli slogan, la “Calabria del vino” che oggi si presenta a Roma prova dunque a tenere insieme tre dimensioni: la memoria storica di Enotria e della Magna Grecia, le strategie contemporanee di promozione sui mercati più competitivi e la sfida scientifica e ambientale di proteggere le proprie varietà in un contesto climatico in rapido mutamento. L’idea di una futura Doc “Magna Grecia” si affaccia in questo quadro come simbolo e possibile approdo di un percorso ancora in costruzione: non una realtà già codificata, ma l’immagine di una Calabria che punta a farsi riconoscere nel mondo attraverso i suoi vini e la forza della propria identità.

