Intervista | Il diritto di restare: quando partire non è una scelta ma una necessità.

Ne abbiamo parlato con l’Avv. Danilo Aloe del foro di Cosenza esperto di diritto di famiglia.

Avvocato Aloe nel suo ruolo di Componente Service Cittadino e Istituzioni del Kiwanis Distretto Italia-San Marino, oltre che come persona impegnata nel volontariato, osserva da vicino molte fragilità sociali. Oggi si parla spesso della fuga dei giovani dal Sud. È davvero ancora un’emergenza così forte?

Assolutamente sì, ed è una delle emergenze più profonde e silenziose del nostro tempo. Parliamo spesso di numeri, di statistiche, di dati economici, ma dietro ogni partenza c’è una storia umana, una famiglia che si separa, una comunità che si impoverisce.

Nel Sud si continua a partire non sempre per ambizione, ma spesso molto per necessità.
Si lascia la propria terra non per inseguire un sogno, ma per difendere la propria dignità, per trovare stabilità, prospettive. Questo cambia completamente la narrazione: non è più una libera scelta, ma una resa alle circostanze.

Lei parla spesso del “diritto di restare”. Cosa significa davvero questa espressione?

Significa riconoscere che ciascuno dovrebbe avere la possibilità di costruire il proprio futuro nella terra in cui è nato, senza essere costretto ad andare via per sopravvivere professionalmente o economicamente.

Il problema non è partire.
La mobilità è una ricchezza quando nasce dalla libertà.
Il problema nasce quando restare diventa impossibile. Quando il merito, lo studio e la preparzione non trovano spazio sul proprio territorio, allora non siamo più davanti a una scelta individuale, ma ad una sconfitta collettiva.

Il diritto di restare è un diritto alla dignità, all’appartenenza, alla possibilità di scegliere senza sentirsi espulsi dalla propria terra.

La Calabria vive questa realtà in modo molto forte. Cosenza, in particolare, rappresenta un caso emblematico?

Sì, Cosenza rappresenta perfettamente questo paradosso.
È una città culturalmente viva, con una forte identità storica, una tradizione intellettuale importante e soprattutto con la presenza dell’Università della Calabria, che forma ogni anno giovani eccellenti.

Eppure, proprio questi stessi giovani spesso sono costretti a partire.
Cosenza educa, prepara, forma, ma troppo spesso lo fa per altre città, per altri territori, per altre economie.

Tra il centro storico che custodisce memoria e bellezza, e l’area urbana che guarda al futuro, si consuma ogni anno questo rito silenzioso: lauree, valigie e partenze.
È una città che rischia di perdere non solo forza lavoro, ma immaginazione, innovazione e futuro.

Dal punto di vista umano e antropologico, cosa comporta questa emigrazione continua?

Comporta una frattura molto più profonda di quella economica. Quando una comunità perde i suoi giovani, perde continuità. I luoghi smettono di essere comunità e diventano semplici spazi abitati.

I paesi si svuotano, le famiglie si spezzano nella distanza, le feste diventano occasioni di ritorni solo temporanei e non più momenti di appartenenza quotidiana.
Si vive nella nostalgia più che nella presenza.

Restare significa custodire. Significa partecipare alla costruzione di un territorio, riconoscersi dentro una storia collettiva. Quando questo si interrompe, si rompe qualcosa che riguarda l’identità stessa di una comunità.

Nel suo impegno istituzionale e nel volontariato, quanto è importante affrontare questo tema?

È fondamentale. Il volontariato e l’impegno civico non possono limitarsi all’assistenza immediata, ma devono interrogarsi sulle cause profonde delle fragilità sociali.

Come Kiwanis International abbiamo il dovere di guardare al futuro delle nuove generazioni, perché parlare di giovani significa parlare del destino stesso delle nostre città. Non solo ai bambini come la mission indica.

Non basta sostenere chi resta in difficoltà: bisogna creare le condizioni affinché i giovani possano scegliere di restare con dignità. Questo significa dialogo con le istituzioni, attenzione alle politiche territoriali, cultura della responsabilità sociale.

Il tema non è solo economico, è profondamente etico.

Secondo lei, la società si è abituata troppo facilmente a questa emigrazione?

Sì, ed è forse l’aspetto più pericoloso.
Ci siamo assuefatti all’idea che sia normale andare via, che il talento debba necessariamente emigrare, che il Sud debba rassegnarsi ad aspettare.

Abbiamo trasformato l’eccezione in regola e la sofferenza in normalità. Questo è gravissimo.

Non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è una responsabilità culturale e sociale che non possiamo più ignorare. Continuare a raccontare il restare come un fallimento significa impoverire ancora di più il nostro territorio.

Qual è allora il messaggio più forte che sente di lanciare oggi?

Che restare non deve essere un privilegio per pochi, ma un diritto per tutti.

Serve una nuova idea di dignità territoriale.
Serve smettere di celebrare soltanto chi parte e iniziare a costruire le condizioni perché nessuno sia costretto a farlo.

Una terra non si salva con la nostalgia, ma con la possibilità concreta di viverla e migliorarla.

E forse oggi la vera modernità non è andare via.

È poter scegliere di restare.

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