La Calabria è terra di gioielli. Come i paparazzi (orecchini con perle), la corniola (pietra rossa incastonata in splendidi anelli) e la chjanoca (collana in madreperla), meravigliosi ori che indossavano le spose di un tempo a Carfizzi e a San Nicola Dell’Alto. Le due gemme, che adornano la Valle del Neto, sorsero seicento anni fa per opera degli Albanesi sfuggiti all’occupazione turca. Questi ultimi ben gradirono l’ospitalità della Principessa Irene di Bisignano, figlia dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderberg, e scelsero, al contrario della maggior parte degli altri profughi loro connazionali, il mare alla dorsale appenninica.
Gli Arbëreshë, così sono chiamati gli appartenenti alla minoranza italo albanese, varcarono il mare non per paura di versare sangue in Patria, quanto per affrancarsi dal dolore di una sicura occupazione, foriera di un’intollerabile alienazione della loro forte identità nazionale.
La posizione geografica che occupano i due paeselli è assolutamente invidiabile: venti chilometri per raggiungere il mare, cinquanta per guadagnare le cime della Sila.
Si parla l’Albanese antico, quello medievale, difeso e sostenuto per successione orale dall’inquinamento pressante degli italofoni. Essenziale il contenuto di termini in un vocabolario avaro di voci “dotte”, non necessarie evidentemente ai contadini e pastori che comunicavano essenzialmente concretezze agresti senza aver bisogno di esprimere particolari astrazioni teoriche.
Pressoché nessuno sa scrivere in Arbëreshë, ma tutti gli Albanofoni pensano in Arbëreshë. La loro storia antica, quella dei primi insediamenti, è poco raccontata, purtroppo. In poche case è custodito il meraviglioso abito tradizionale (szocha) abbellito da merletti e decorazioni dorate. Il tessuto nero, cucito a balze, copre non del tutto la bella gonna dritta e rossa (kamizolla), e un bianco angelico dipinge la camicia arricchita di un collo importante (theket) che va a confondersi con lo scendere del lino, fregio e ornamento all’acconciatura (nabsea). La szocha era l’abito della festa, quello da esibire per infettare gioia e bellezza.
La pratica della tolleranza religiosa, che ancor oggi distingue l’Albania in tutto il mondo, è qui ormai assai poco agita. Gli anziani ricordano con nostalgia i vecchi riti nuziali in cui gli sposi si omaggiavano di corone di fiori, segni quasi del tutto cancellati del rito cristiano-ortodosso. Ma ancora si riesce a “mangiare” la secolare tradizione. Infatti, la furisiscka è una minestra antichissima che spesso adorna le tavole imbandite di Carfizzi e San Nicola Dell’Alto: zucchine e fiori di zucca vengono innaffiati da olio verde di frantoio, mentre del buon pane abbrustolito si fa tuffare nel saporito brodo.
Come in tutti i comuni calabresi, anche a Carfizzi e a San Nicola dell’Alto si andava “fabbricando a mano.” L’artigianato era una gran risorsa, mantenuta in piedi dai soliti irriducibili, ai quali tutti i Calabresi, lo speriamo, dovranno un giorno il merito di possedere un loro dignitoso passato.
Caterina Tascione, primo cittadino di Carfizzi, ci tiene a notificare, con grande amarezza, la quasi scomparsa delle attività artigianali che negli anni Ottanta raggiungevano le trentacinque unità, mentre oggi si possono contare sulle dita di una mano. Si cuciono tessuti, si realizzano deliziosi merletti e pizzi. In alcune case è straordinariamente rimasto in vita l’uso del telaio, funzionale alla produzione delle belle coperte di lana ancora assai diffuse in tutto il territorio albanese. I disegni, pochi ma assai caratteristici, riprendono i temi classici del mondo bizantino.
Ma in assoluto l’essenza antica dell’Arbëreshë più visibile è l’ospitalità che e a Carfizzi e San Nicola è regalata ai turisti con generosità. Non sono stati intaccati, infatti, i valori fondanti la cultura Arbëreshë: quali la mikpritia (ospitalità), la ndera (onore) e la vellamja (fratellanza). I gitanti qui passeggiano attraverso i bei vicoli coscienti di essere amati e protetti. Non a caso Marianna Leonetti, Presidente della commissione comunale Pari Opportunità di Carfizzi, sostiene: “La nostra è una società pulita e ricca di valori, come dimostra il comportamento delle persone”.
Fonte Rai News

