Totonno u squalu

Foto raffigurante Totonno u squalu

Un sasso duro nel petto non mi fa deglutire e sono contento. Gioisco del dolore che provo passando da via Caloprese, di fronte al colosso CARIME d’acciaio e vetro. Mi si ingrassano gli occhi di lacrime. Totonno non c’è più. Mi piace sapere che la sua dipartita cagiona questo acuto dolore alla mia anima, dolenza che ritenevo improbabile. La solita perversa logica del nevrotico, del disadattato, l’antipatico motore del senso di colpa che concausa ogni mio agire sento che ne rimane assai risentito.

Con Totonno non mi sentivo sporco, non mi sentivo figlio. Quando lo Squalo mi vedeva cessava di urlare e sorrideva, certo dell’obolo che avrebbe da li a poco ricevuto. Dopo numerose repliche il film, col tempo, necessitò di un restyling. Il rito della mancia divenne secondario, quasi funzionale, rispetto al desiderio avvertito da entrambi di far flirtare le nostre anime che sapevamo abbastanza speculari.

La morte di Peppuccio, mio fratello, avvenne nel gioco, in uno splendido pomeriggio di settembre. Io avevo otto anni e cercai vanamente di salvarlo. Il suo corpo, schiacciato da un pezzo di muro crollato, lanciò un interminabile grido e abbracciò la morte. Da allora ogni morte mi scivola addosso, il corpo inerme del defunto non mi suggerisce alcuna emozione, è forse l’ennesimo effetto di un trauma devastante. Oggi invece piango perché un altro apolide della vita se n’è andato lasciandomi solo nel gregge di tanti occhi che non possono leggermi.

Ci volevamo bene io e Totonno, legati l’uno all’altro da una gran sofferenza peraltro mai raccontata, non ce n’era alcun bisogno. Cercavamo insieme di regalarci comprensione e un po’ di tenerezza. Gli sguardi diventavano infinitamente profondi nel tentativo di raggiungere il fuoco altrui per spegnerne almeno i suoi veementi acuti. Una volta accarezzai il suo viso e lui prese a piangere. Non ho mai capito a chi volesse regalare il suo dispiacere, a chi dei due.

Due evoluzioni della comune matrice: un intollerabile dolore. Io aggrappato disperatamente a comportamenti che potessero apparire normali, lui coraggiosamente concessosi all’esternazione esplosa. Il suo urlo, dai più inteso come voce della follia, a me appariva una chiara dichiarazione di guerra, una sorta di piccola battaglia contro l’implosione del patimento. Era una sorta di vomito catartico, libero, magnificamente sincero.

Totonno è stato un grande uomo che con coraggio eroico si lasciava interpretare come diverso, come oggetto a volte anche di derisione. In cambio non aveva venduto la sua vita all’ipocrisia della forma e non calpestò mai la lealtà con la quale amava trattare se stesso.

Ricordare Totonno significa accarezzare tutte le umanità “altre”. È un segno di coraggio, un pugno chiuso contro l’intollerabile formalismo dei nostri tempi. Ricordare Totonno significa porgere un fiore verso i tanti uomini dimenticati e mai più ricordati…È un gran gesto d’amore.

Fonte Rai News

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