Il fanciullo bullissimo

Foto raffigurante un ragazzino sorridente con le mani in faccia

Negli anni settanta a Cosenza, come in molte lande della Calabria, uscire di casa significava andare incontro a più di una probabilità che qualcuno potesse crearti momenti di frustrazione o vessazione. Un mio amichetto, a quel tempo avevamo una quindicina di anni, ogni volta che si usciva insieme compiva un rito gestuale: armeggiava due fantastiche pistole mimando la loro estrazione dai foderi, alla guisa dei pistoleri western, quindi muoveva velocemente in senso circolare il medio di ogni mano, indirizzava le colt e sparava contro l’ipotetico nemico, quindi, soddisfatto, le riponeva nei foderi dopo aver soffiato sulle canne fumanti.

Era come vivere in guerra, solo che c’era un esercito armato che combatteva una massa inerme ed indifesa.

Giocavamo tutti “a pallone” in quegli anni. I nostri campi li trovavamo dappertutto: nei cortili condominiali, sui marciapiedi, in ogni piccolo spazio che desse la possibilità di muoversi un po’. La palla più ambita era il Super Santos. Ad ogni quotidiano appuntamento di strada, quando eravamo sguarniti del nostro circolare sogno, scavavamo nelle nostre piccole tasche per cercare qualche soldino; la smania di tutti noi era grande, e i più entusiasti accompagnavano la spasmodica ricerca con incitamenti del tipo: “Dai, sbrigati! Fruga bene che ce li hai!”

Le nostre piccole mani, in genere, fuoriuscivano dalle povere tane di stoffa con 10 o 5 lire, ma più frequentemente con nulla. Se la questua produceva i risultati desiderati correvamo ansimanti di fronte la nostra scuola elementare, da Ciccio, il proprietario della bancarella, il nostro ipermercato di allora. Su due ruote arrugginite, una grande tavola e degli alti ferri a contenere, adagiati o appesi, ogni magica risorsa del nostro svago: i piriti giapponesi, le barchette di liquirizia, le palline di vetro, le caramelle sfuse, le pistole di plastica, piccoli trenini a pile.

E penzoloni, fissati sugli alti ferri, i Super Santos e i Super Tele confezionati in retine plastificate. Il Super Tele costava di meno ed era molto più leggero del mitico “arancione”. Lo compravamo soltanto se non potevamo fare nostro il S.S., non ci piaceva perché i cross non si potevano fare: nell’aria il Super Tele saettava a zig-zag e solitamente andava molto lontano dalla meta che si era prefissa il già bravo piedino.

Davvero tante ci ritrovavamo senza un quattrino, così ci accontentavamo di giocare con qualsiasi cosa che potesse essere sospinta a calci: fogli di carta raggomitolati, piccole pietre, bottiglie, palle bucate e sgonfie. Su queste ultime capitava che ci si andasse con i piedi sopra e, fra i lamenti generali, qualcuno doveva far diventare sfera qualcosa che sembrava più una barretta. Non si esitava a poggiare la bocca sulla plastica sudicia per tentare il miracolo con veloci e potenti soffi. Si giocava generalmente con l’unico paio di scarpe che possedevamo, anche quando queste erano state comprate il giorno prima. Ma il più delle volte avevamo ai piedi surrogati di calzature, dai colori indefiniti e spappolate “a bocca” nella parte anteriore. 

 Quando eravamo in tanti si andava alla ricerca di un pezzo di terra  (parlare di campo o campetto di calcio è certamente un’esagerazione!). Trent’anni fa Cosenza era molto meno edificata di oggi e pullulava di ex giardini e spazi con erba incolta. Giravamo per la città in cerca di uno spazio libero e, una volta trovato, i due capitani facevano le squadre. Il dramma coglieva sempre i due soliti meno bravi o più coglioni, chiamati a fare i portieri. Fra urla, spintoni e ripetute cadute iniziava la nostra felicità. Nel giocare tutti noi, appartenenti alla piccola borghesia colta, di tanto in tanto buttavamo l’occhio preoccupato al di la del campo.

Nessuno osava chieder all’altro il perché ci si distraeva dal pallone. Sapevamo… si temeva che arrivasse qualche banda. E la banda, puntualmente, arrivava. Composta da nostri coetanei meno fortunati, di solito appartenenti allo stesso quartiere, la banda agiva con inaudita violenza la strategia del branco. Provenivano di solito dalle zone lager della città, laddove sorgevano le case popolari che, un “illuminato amministratore”  aveva pensato bene di ammassarle le une alle altre su lunghi viali, Via degli Stadi e Via Popilia, ai margini della città. Poi c’erano “quelli” del centro storico.

Via degli Stadi è una lunga strada che costeggia il San Vito, lo stadio comunale di Cosenza. Essa funge da ingresso per i mille vicoli cha da questa partono per inerpicarsi sino in collina. Il Bronx era per tutti noi, figli della cultura e dell’agiatezza, off limits. Più tardi, quando avevamo a disposizione l’automobile, ci capitava spesso di farci un giro all’interno del rione, quasi a dimostrare a noi stessi che avevamo il coraggio necessario per affrontare il marcio. Era un pullulare di casette a tre piani, quasi tutte senza ascensore, con piccole finestre e angusti balconi dai quali pendevano perennemente panni freschi di bucato. Le macchine parcheggiate avevano fregi e accessori che le rendevano tutte simili: una marca sulle marche. Cerchi e gomme esagerate, targhette adesive con su scritto Abarth.

Fonte Rai News

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