La malavita cosentina sino alla metà degli anni settanta era considerata, dal resto della ‘ndrangheta calabrese, un’organizzazione criminale di scarsa credibilità. Il capo storico, Luigi Palermo, inteso come “u Zorru”, si occupava di contrabbando di sigarette e favoreggiamento della prostituzione. Le “famiglie” mafiose del Crotonese, del Reggino, del Vibonese, non lo ritenevano una persona degna di “rispetto”. I ragazzi che gravitavano intorno al boss compivano furti, consumavano rapine, saldando le incomprensioni e gli “affronti” a coltellate, oppure in rozzi duelli di pistola scopiazzati dai film western.
A “u Zorru” dovevano obbedienza Franco Perna, Franco Pino, Antonio Sena, Carlo Rotundo, Mariano Muglia, Pietro Pino, allora semplici soldati delle “bande” che imperversavano nel capoluogo. A quel tempo Cosenza era molto diversa da quella di oggi. Per cominciare, da un punto di vista urbanistico, non aveva ancora esaurito la spinta propulsiva che ne aveva fatto esplodere il numero degli abitanti fino ai livelli, poco tempo prima, inimmaginabili. Per quanto riguarda il sistema economico, nonostante gli sforzi, la città non era riuscita a cancellare del tutto le ferite che la guerra le aveva lasciato sul groppone.
Diversi erano i cosentini non ancora travolti dall’orgia consumistica e in attesa di una mutazione che ne avrebbe in poco tempo stravolto in larga misura il sistema delle relazioni sociali. Cosenza era la città della Cassa di Risparmio e delle speranze di Iavoro dei giovani. E, narrativamente, erano diversi anche i protagonisti della scena criminale. Una ribalta sulla quale primeggiavano personaggi carismatici ma di pressoché esclusivo rilievo locale.
Protagonisti di una malavita legata alle vecchie regole, che campava dei proventi illeciti derivanti dal traffico delle “bionde”, dalle piccole estorsioni, dalle malversazioni di tipo “agrario-rurale”. La città non era per loro ancora un territorio proibito. Giravano abbastanza liberamente, quasi sempre accompagnati da un codazzo di “praticanti”, salutati a destra e a manca dai piccoli operatori economici e dalle persone che incontravano nelle passeggiate. Le mete preferite, come i percorsi, erano sempre gli stessi. Un paio di Caffè e, soprattutto, alcune sale di biliardo.
Era al fresco di questi locali che “u Zorru” – dopo aver passato la mattinata seduto al bar “Nettuno” in via Montesanto -, trascorreva le torride serate estive. Uno di questi, in particolare, si chiamava “Caffè Luciani” e apriva le sue vetrine su piazza Valdesi.
Era il luogo tipico in cui si ritrovavano tutti i capi ed i gregari di quella che ancora era solo malavita e non criminalità organizzata. Questo caffè, che tutto il resto della città si guardava bene dal frequentare, era una specie di porto franco, quasi una riserva di extraterritorialità, al cui riparo avvenivano scambi e compensazioni che, altrove, avrebbero potuto rischiare testimoni sgraditi.
In questo tipo di locali, magari nel retrobottega, venivano concordati anche i primi abbozzi di penetrazione e infiltrazione nel sistema-città.
Pare che proprio in uno di questi locali siano stati progettati gli acquisti di piccole aziende cittadine e l’acquisizione di alcuni lotti di terreno. Grazie a queste iniziative – che oggi fanno sorridere – la malavita sognava di cominciare la scalata economica che ne avrebbe segnato, più avanti, sanguinosamente, la mutazione definitiva in filiale ‘ndranghetistica, ed in potente strumento di sbiancatura dei soldi sporchi. Il presidio di piazza Valdesi mantenne a lungo il primato di paravento ideale. Una preferenza che faceva del “Caffé Luciani”, posto ai piedi della principale scalinata di accesso al quartiere Santa Lucia, un posto di osservazione privilegiato sui traffici da e per la casbah cittadina. E sì, perché Santa Lucia, a dispetto delle prime avvisaglie dei mutamenti di costume, continuava a restare la mecca del commercio del sesso. E, come è comprensibile, anche il crocevia di tutto quello che, da sempre, ha gravitato e vi gravita intorno. Non a caso, più volte proprio piazza Valdesi fu teatro di scontri, inseguimenti e ferimenti.
Ma alla fine tutto rientrava nei ranghi, senza lasciare traccia. Almeno se le conseguenze non diventavano irreparabili.
Ma se erano diversi i malavitosi, erano diversi anche gli “sbirri” che all’epoca avevano il compito di tenerli a bada e di garantire la città ed i cosentini. I delinquenti li temevano, sapevano del loro coraggio, quando li incontravano si levavano il cappello e li salutavano: «Buon giorno don Silvio, buon giorno don Peppino». E loro, di don Silvio e di don Peppino, sapevano tutto. Conoscevano la città a menadito. Tutta la città: quella visibile e quella sotterranea. Se e quando avveniva qualcosa, non avevano bisogno di porsi molti interrogativi. Sapevano sempre chi cercare e dove cercarlo. E lo trovavano sempre, anche se, invece che nella casa grande, stava in quella “piccola”, anche se stava prendendo parte a un battesimo. E non c’erano vie d’uscita. Ognuno sapeva da quale parte stava. Quali cose era possibile fare e quali no.
Tratto dal libro I SEGRETI DEI BOSS
Di ARCANGELO BADOLATI

