Il silenzio che resta dopo un colpo di pistola.

C’è un silenzio che pesa più del rumore dei colpi di pistola. È quel tacere che cala dopo l’orrore, quando una comunità si stringe smarrita attorno al dolore, e si chiede come sia potuto accadere che un ragazzo di appena sedici anni venga strappato alla vita in un attimo, davanti a un bar, nel cuore del proprio paese.

L’uccisione del giovane Giuseppe Di Dio, a Capizzi, non è solo una tragedia privata. È una ferita collettiva che lacera il senso stesso di appartenenza e di umanità di una comunità intera. È il segnale drammatico di un tempo in cui la vita sembra aver perso valore, in cui la violenza si insinua nei luoghi quotidiani. 

Un gesto vile, quello che ha tolto la vita a un ragazzo perbene, descritto da tutti come educato, pieno di sogni e di futuro. Il destino gli ha negato quel domani, ma noi, come società, gli abbiamo negato qualcosa di più: la garanzia di vivere in un mondo dove la vita è sacra, dove il rispetto prevale sulla rabbia. 

Siamo di fronte al segno più evidente del decadimento dei valori.

Quando la violenza si compie con tanta facilità, significa che si è smarrito il senso del limite, il peso delle conseguenze, il rispetto dell’altro. La comunità che tace o si abitua a questi episodi diventa complice, perché ogni gesto di violenza non nasce mai dal nulla: è il frutto di un terreno sociale impoverito di educazione, di ascolto, di responsabilità condivisa.

In un simile contesto, la domanda più urgente non è “perché è successo?”, ma “come siamo arrivati fin qui?”.

Come è possibile che il dissenso, l’odio, il rancore trovino oggi espressione nella pistola e non nel dialogo?

Come può un giovane perdere la vita per un errore, per un destino incrociato, per la superficialità di chi ha smesso di distinguere il bene dal male?

E’ necessario e non più procrastinabile riscoprire l’educazione al rispetto e alla responsabilità, restituire ai nostri ragazzi spazi di crescita, modelli positivi, fiducia nelle istituzioni e negli adulti.

La morte di un ragazzo non deve diventare una riga di cronaca che svanisce il giorno dopo. Deve scuotere le coscienze, deve risvegliare il senso civile.

Solo così questo dolore potrà avere un senso che vada oltre la tragedia.

In questo momento di dolore profondo, desidero rivolgere, inoltre, per il tramite del mio scrivere un pensiero allo zio del giovane Giuseppe.

Attraverso questa riflessione mia, personale, sentita e non richiesta vorrei potergli far giungere il mio più sincero cordoglio, unito a un sentimento di profonda gratitudine per l’attenzione, la cura e la sensibilità che ha accordato ad una persona a me cara.

In lui riconosco il volto discreto di chi sa esserci nel silenzio, di chi dona senza chiedere, di chi, anche nel dolore, continua a rappresentare quel senso di umanità che dobbiamo difendere e tramandare.

Danilo Aloe, Avvocato. 

(Componente Service Cittadino e Istituzioni Kiwanis Distretto Italia- San Marino).

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