La società della prestazione e il silenzio delle anime.

di Danilo Aloe*

Ci sono notizie che, al di là della loro veridicità completa o dei dettagli che non conosciamo e che non ci spettano, diventano uno specchio.

Viviamo dentro un tempo che sembra aver trasformato il valore umano in una graduatoria permanente. Essere performanti, desiderabili, impeccabili.

L’universo contemporaneo ci educa alla conquista del miglior posizionamento: sociale, professionale, economico, estetico.
Ci insegna a curare l’immagine prima dell’interiorità, il risultato prima del senso, la presenza prima della profondità.

E così accade qualcosa di sottile e drammatico: le persone diventano progetto, ma smettono di sentirsi casa.

Dietro l’apparente connessione cresce una solitudine che non ha il volto dell’isolamento materiale.
È una solitudine sofisticata: quella di chi è circondato da sguardi ma non si sente visto, accolto. Quella di chi impara a mostrarsi forte fino al punto da non concedersi più il diritto di essere fragile.

Ci troviamo dinanzi ad una cultura che celebra il superamento del limite, ma fatica a riconoscere il valore della vulnerabilità.

Siamo creature di relazione, non di prestazione.
Abbiamo bisogno di luoghi in cui non dover dimostrare nulla, di presenze che non misurino il nostro rendimento. Abbiamo bisogno che qualcuno ci chieda davvero: come stai? — e sia disposto a restare per ascoltare la risposta.

Il rischio più grande del nostro tempo non è il fallimento. È convincersi di dover affrontare tutto da soli.

Perché quando il dolore smette di essere condiviso diventa abisso. E l’abisso non si apre all’improvviso: spesso nasce dal lento convincimento di non poter disturbare nessuno, di dover continuare a sorridere, di essere un problema se si mostra la propria fatica.

Esiste – però – sempre una soglia oltre il buio.

E quella soglia, molte volte, comincia da un gesto immenso: parlare.
Cercare una voce. Lasciare entrare qualcuno. Chiedere aiuto.

È uno degli atti più alti di coscienza che una persona possa compiere: riconoscere che nessuno si salva da solo e che la dignità umana non consiste nel non cadere mai, ma nel concedersi il diritto di essere accompagnati.

Se il caso di Belen — al di là delle ricostruzioni e delle dinamiche che appartengono alla sfera privata e che non ci compete giudicare, figurarsi a me, – ha generato una così forte reazione collettiva, forse è perché ci restituisce qualcosa che riguarda tutti. Non il destino di una celebrità, ma una condizione umana.

Nessuno è immune dalla fatica di esistere.

E allora il messaggio che vorrei portare via non è la curiosità per una vicenda personale, ma una responsabilità collettiva: imparare a guardarci di più, a chiedere e offrire aiuto con meno vergogna.

È il momento in cui la coscienza riconosce che vivere, davvero, significa non lasciare nessuno solo.

*(Avvocato, Componente Service Cittadino e Istituzioni Kiwanis Distretto Italia- San Marino)

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