La vittoria di Trump e la crisi in Medio Oriente: quali i possibili scenari

Oggi il premier israeliano Netanyahu si congratula con “l’amico Trump”, il quale ad agosto aveva assicurato il suo sostegno a Israele, “purché vinca velocemente”

“Metterò fine alla guerra in Ucraina. Metterò fine al caos in Medio Oriente ed eviterò la Terza guerra mondiale”. Così parlava Donald Trump a meno di una settimana al voto, dal palco del Madison Square Garden a New York.

Oggi il premier israeliano Netanyahu si congratula con “l’amico” Trump per “la vittoria e l’elezione a 47esimo presidente degli Stati Uniti”, aggiungendo che “lavoreremo sulle nostre relazioni bilaterali strategiche e su una forte partnership transatlantica”. Anche il presidente Herzog lo definisce “un vero e caro amico di Israele e un campione di pace e cooperazione nella nostra regione”, aggiungendo che “non vedo l’ora di lavorare con voi per rafforzare il legame indissolubile tra i nostri popoli, per costruire un futuro di pace e sicurezza per il Medio Oriente”.

Ad agosto Trump aveva detto che Netanyahu “sa quello che sta facendo”. “Darò a Israele il sostegno di cui ha bisogno per vincere, ma voglio che vinca velocemente”, ha continuato, attaccando poi Harris e le sue richieste di cessate il fuoco, che “darebbe a Hamas il tempo per riorganizzarsi”.

Una posizione che sembra in linea con le azioni del suo precedente mandato da presidente, quando riconobbe Gerusalemme come capitale di Israele scatenando l’ira dei palestinesi, negoziò accordi di “normalizzazione” tra Israele e diverse nazioni arabe sotto gli Accordi di Abramo e si ritirò dall’accordo sul nucleare iraniano.

Gli analisti, però, avvertono che potrebbe essere ingannevole la convinzione di Netanyahu di avere con i palestinesi solo benefici da una presidenza Trump. 

L’Ispi, ad esempio, ritiene “piuttosto scarso” l’interesse di Trump per il Medio Oriente, laddove la questione più importante non sarebbe Israele, né il secolare conflitto con i palestinesi, né la presenza di truppe americane in Iraq e nel Nord della Siria, ma l’Arabia Saudita, quinto paese per acquisto armi, seconda produzione mondiale di petrolio e miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture. È dunque possibile – spiega l’Ispi – che il presidente chieda a Netanyahu di porre fine alla guerra a Gaza e nel Sud del Libano, viste come un pericoloso ostacolo per il Medio Oriente del business guidato da sauditi e americani.

Su questioni regionali più ampie, come l’Iran, oggi il portavoce dell’esecutivo iraniano, Fatemeh Mohajerani, ha assicurato che “le politiche generali degli Stati Uniti e dell’Iran sono politiche immutabili. Le previsioni necessarie sono state pianificate in anticipo. Non ci saranno cambiamenti nel tenore di vita delle persone e non importa molto chi sarà presidente”.

L’ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Danny Ayalon, aveva di recente affermato che Trump “forse giocherebbe più duro e gli iraniani sarebbero più esitanti se fosse lui il presidente”.

FONTE RAINEWS.IT

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