Mimmo Lucano torna a casa decaduto da sindaco di Riace: la legge Severino spegne il simbolo dell’accoglienza

RIACE (RC) – Il Tribunale di Locri ha dichiarato ufficialmente decaduto Mimmo Lucano dalla carica di sindaco di Riace. Una decisione che arriva a seguito della condanna definitiva per falso in atto pubblico nell’ambito del processo “Xenia”, legata alla gestione dei progetti di accoglienza migranti nel piccolo borgo calabrese che aveva fatto di Lucano un’icona mondiale del modello inclusivo.

Il verdetto si fonda sull’applicazione della Legge Severino, che prevede l’incandidabilità e la decadenza dagli incarichi pubblici per chi abbia riportato una condanna definitiva per determinati reati. La sentenza è stata emessa oggi, 1° luglio 2025, dal collegio presieduto dal giudice Fulvio Accurso, che ha ritenuto “automaticamente operante” la decadenza in virtù della normativa vigente.

Lucano era tornato a indossare la fascia tricolore a maggio 2023, quando era stato eletto primo cittadino con una lista civica. Una rinascita politica dopo anni di vicende giudiziarie e controversie mediatiche, culminate nella condanna definitiva a 1 anno e 6 mesi per falso, con pena sospesa, confermata dalla Cassazione lo scorso febbraio.

Il processo “Xenia” aveva avuto ampia risonanza. L’inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla Procura di Locri, ipotizzava una gestione opaca dei fondi destinati all’accoglienza dei migranti. In primo grado, Lucano era stato condannato a oltre 13 anni, ma la Corte d’Appello aveva ridimensionato drasticamente la pena, assolvendo l’ex sindaco da gran parte delle accuse più gravi, tra cui associazione a delinquere. Rimaneva in piedi la condanna per falso ideologico, relativa secondo le motivazioni – a presunte irregolarità nelle iscrizioni anagrafiche di cittadini stranieri.

La difesa di Lucano aveva cercato di evitare la decadenza appellandosi a una lettura più restrittiva della Severino, sostenendo che la sospensione condizionale della pena rendesse inapplicabile la norma. Ma per i giudici di Locri non ci sono margini: la legge parla chiaro e non fa distinzione tra pena sospesa o meno. La decadenza è automatica.

Lucano, presente in aula, ha accolto la decisione con amarezza ma senza clamore. “È un atto di ingiustizia politica e giuridica. Io non ho rubato nulla, non ho arricchito me stesso. Ho solo aiutato persone in difficoltà”, ha dichiarato ai giornalisti all’uscita dal tribunale. Ma dietro le parole, si coglie il colpo inferto a una figura che, per anni, è stata innalzata a simbolo alternativo della Calabria migliore. Ora, invece, è un simbolo frantumato.

Sul piano politico, la decadenza ha un effetto immediato: il Comune di Riace sarà affidato a un commissario prefettizio fino a nuove elezioni. Per Lucano, tuttavia, resta il seggio da europarlamentare, conquistato nel 2024 nella lista Alleanza Verdi e Sinistra. Ma anche su questo fronte si profilano interrogativi: non tanto sul piano legale la Severino si applica solo agli incarichi amministrativi in Italia quanto su quello dell’opportunità politica e morale.

La figura di Lucano, celebrata nel tempo da intellettuali, registi, associazioni e perfino da Papa Francesco, rischia oggi di subire un declino irreversibile. Il “modello Riace”, pur riconosciuto come pionieristico da molte organizzazioni internazionali, è finito per essere travolto dalle contraddizioni tra idealismo e legalità, tra etica dell’accoglienza e doveri normativi.

La sentenza di Locri certifica una frattura. Da una parte, chi continua a vedere in Lucano un perseguitato, vittima di un sistema incapace di comprendere la generosità. Dall’altra, chi sottolinea come lo Stato di diritto non possa arretrare davanti a nessun mito, nemmeno quello dell’umanità. A Riace, oggi, resta il vuoto di una guida politica, e la ferita di una storia che ha smesso di essere solo un esempio.

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