A Oppido Mamertina, nel cuore dell’Aspromonte calabrese, una giovane minorenne ha trovato il coraggio di denunciare uno stupro di gruppo subito da coetanei, alcuni dei quali legati a famiglie della ‘ndrangheta. La sua scelta, però, ha scatenato una reazione violenta da parte della sua stessa famiglia, che ha cercato in ogni modo di costringerla al silenzio.
Secondo quanto riportato nei verbali raccolti dalla Procura di Palmi, la ragazza è stata aggredita fisicamente e verbalmente da alcuni parenti. In un episodio, la zia paterna, con l’aiuto del figlio, l’ha attirata in casa e l’ha frustata con una corda, mentre il cugino la tratteneva per le braccia. Durante l’aggressione, la zia le urlava: “Devi morire, p…”. In un’altra occasione, il fratello l’ha picchiata con calci e pugni e l’ha minacciata con un coltello, nel tentativo di farle ritirare la denuncia.
La giovane ha trovato sostegno in un agente di polizia giudiziaria, al quale ha confidato le violenze subite. Grazie alle sue denunce, le autorità hanno arrestato la zia e posto agli arresti domiciliari il fratello e la cognata, con l’accusa di violenza aggravata e lesioni.
Nonostante l’isolamento e le minacce, la ragazza ha mantenuto la sua determinazione nel cercare giustizia. Le sue testimonianze hanno contribuito alla condanna di sei giovani coinvolti nello stupro, con pene che vanno dai 5 ai 13 anni di reclusione.
Questa vicenda mette in luce il coraggio di una giovane che ha sfidato l’omertà e la violenza, affrontando non solo i suoi aggressori, ma anche l’ostilità della propria famiglia. Un esempio di resilienza e determinazione nella lotta per la giustizia.

