Redditometro: Lite nel governo. Rabbia di FI e Lega. Chigi: “Chiarisca”

Foto di un foglio con la scritta Redditometro

Leo resuscita il redditometro. Per Meloni era “persecutorio”

Nuova giornata di passione per la maggioranza dopo la spaccatura sul Superbonus. Al centro dello scontro torna il fisco. Il viceministro all’Economia, il meloniano Maurizio Leo, ha infatti riattivato via decreto ministeriale il “Redditometro”, strumento che punta a individuare gli evasori confrontando la dichiarazione dei redditi con le spese sostenute in un dato anno. Il contenuto è kriptonite per il centrodestra a poche settimane dalle Europee. E mette in imbarazzo Giorgia Meloni in prima persona: nel giugno 2021, quando era all’opposizione di Draghi, si era scagliata contro “lo schema di decreto predisposto dal Mef sul nuovo redditometro” definendolo un “vero e proprio strumento di persecuzione fiscale”. Il testo finito ora in Gazzetta ufficiale è praticamente identico a quello schema.

Da Chigi filtra che la premier non ne sapesse nulla. Risultato: la Lega grida al Grande fratello fiscale, Forza Italia parla di strumento “obsoleto” e Chigi fa sapere di aspettarsi al prossimo Cdm una relazione sul provvedimento. Leo, che qualche mese fa era già finito impallinato per essersi detto favorevole all’uso delle informazioni postate sui social in chiave anti-evasione, resta solo a difendere il decreto: rivendica che prevede un “doppio contraddittorio obbligatorio” e fissa “paletti precisi a garanzia del contribuente
attesi fin dal 2018, quando il governo Conte-1 sospese il redditometro in attesa di ridefinire le spese di cui tener conto per determinare la capacità contributiva. Quanto al contraddittorio, gli addetti ai lavori fanno però notare che non c’è alcuna novità: è previsto dalla norma originaria sull’accertamento sintetico dei redditi.

Ora ci si limita a ribadirlo e allo schema scritto ai tempi di Draghi si aggiunge un comma che precisa come anche le informazioni portate in contraddittorio con le Entrate siano “sempre prevalenti”–insieme a quelle presenti in Anagrafe tributaria – rispetto a quelle calcolate per via induttiva sulla base di medie nazionali. È la prima differenza rispetto al decreto del 2015 abolito da Conte. L’altra, più tecnica, riguarda le modalità con cui l’amministrazione potrà determinare il reddito presunto. In assenza dei “veri ” dati su alcune uscite sostenute da un determinato contribuente, da quelle per l’abbigliamento alle spese per il trasporto pubblico, il buco verrà riempito utilizzando il valore minimo stimato dall’Istat per uno standard di vita accettabile: un elemento presunto, ma di ammontare limitato e che dunque sposterà di poco il risultato finale.

Per voci come la manutenzione di casa resta tutto come prima: si farà riferimento alla spesa media rilevata da Istat per quella tipologia di nucleo familiare. Come in passato, si terrà conto anche degli investimenti, compresi quelli per manutenzioni straordinarie degli immobili: tre anni. Proprio quel punto aveva fatto infuriare Meloni, convinta che sarebbe stato “un deterrente a investire nella riqualificazione del patrimonio immobiliare”. Dopo una raffica di decreti per strizzare l’occhio a chi evade, ora la necessità di far cassa la costringe a smentire se stessa.

Fonte Il Fatto Quotidiano.

Fonte Rai News

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