Nessuno vuole più lavorare. Giusto. Boicottaggio del sistema.
Il problema è che la gente vuole vivere come prima. Guadagnare, consumare.
Però, senza fare un cazzo. Giudici e avvocati in testa al gruppo.
Non è che prima fossero tanto meglio. Ogni giorno, tornando dalla Corte
d’assise o dalla sezione civile, mio padre raccontava di magistrati lavativi e
legali ignoranti, pretori arroganti e procuratori deliranti. Aprendo il giornale ci si
imbatteva spesso in epigoni del consigliere Cust. Meno male che c’erano
cancelliere sorridenti, qualche giudice scrupoloso e avvocati spiritosi; oltre al
vecchio usciere Sacchetti, forse la persona migliore del Tribunale.
Oggi, però, la cialtroneria dilaga, senza pudore.
Gli avvocati ricorrono senza remore alla “stupidità artificiale” per scrivere ricorsi.
Citano sentenze inesistenti e, se colti in flagrante, hanno l’impudenza di
incolpare il praticante di aver redatto l’atto con “chat GBT”. Rivoltante. Da non
credere.
Eppure è accaduto veramente, lo troviamo scritto nero su bianco in
un’ordinanza del Tribunale di Firenze del marzo 2025: “il difensore della società
costituita ha dichiarato che i riferimenti giurisprudenziali citati nell’atto sono stati
il frutto della ricerca effettuata da una collaboratrice di studio mediante lo
strumento dell’intelligenza artificiale “ChatGPT”, del cui utilizzo il patrocinatore
in mandato non era a conoscenza. L’IA avrebbe dunque generato risultati errati
che possono essere qualificati con il fenomeno delle cc.dd. allucinazioni di
intelligenza artificiale, che si verifica allorché l’IA inventi risultati inesistenti”.
Roba da radiazione immediata. Purtroppo il giudice gigliato è stato buono e, pur
stigmatizzando la condotta del legale, ha escluso la configurabilità di un’azione
strumentale o abusiva, dato che le citazioni inesistenti erano state effettuate
solo nel giudizio d’appello.
Ben diversa la più recente decisione dello scorso Fruttidoro del Tribunale di
Torino. Il quale ha condannato l’attore per lite temeraria per aver agito con
malafede o colpa grave “tramite un ricorso redatto “col supporto dell’intelligenza
artificiale”, costituito da un coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali
astratte, prive di ordine logico e in larga parte inconferenti”.
Sentenza ineccepibile. Quasi. Il pretore sabaudo (anzi “la giudice” come si
autodefinisce in sentenza) ha indicato solo il cognome dell’avvocato.
Trattandosi di caso infamante, l’identità del patrocinatore doveva essere taciuta,
ovvero rivelata per intero per evitare confusione con altri omonimi, esponendoli
al pubblico ludibrio. Cosa che invece si è puntualmente verificata, costringendo
la malcapitata collega a scrivere una lettera aperta al Consiglio dell’Ordine per
chiarire la propria estraneità a questa indegnità.
Comunque, con la recentissima legge 132, si è chiarito che l’utilizzo di
macchine, robot e algoritmi può avvenire solo come supporto all’attività
professionale, “con prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione
d’opera”; restando “riservata al magistrato ogni decisione sull’interpretazione e
sull’applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove”.
Ovvio, anche se nel mondo assurdo in cui viviamo, in cui il libero pensiero è
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boicottato (in Cina hanno iniziato a rimuovere persino i post malinconici), questa
legge sembra quasi un tentativo di ribellione contro il Quarto Reich.

